Il tennis cambia e le regole devono cambiare. Basta long set!


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Il tennis cambia e le regole devono cambiare. Basta long set!

Point break. Non c’entra nulla con un 30-40, ma è il punto di rottura, quello da cui non si torna più indietro o, perlomeno, si torna diversi. Ogni cambiamento radicale della storia è stato immediatamente preceduto da un punto di rottura.

Nel nostro piccolo orticello del tennis, le semifinali-record di Wimbledon potrebbero – si spera – aver rappresentato tale punto di rottura. Mai era accaduto che entrambe le semifinali di uno stesso Major si protraessero al di là del 6-6 al quinto set, in quella selva ignota detta “long set” dove potenzialmente si potrebbe non finire.

È tempo di darci un taglio ed effettuare una duplice uniformazione. Innanzitutto uno sport come il tennis non può permettersi di differire una regola così importante tra uno Slam e l’altro con gli Us Open che ormai da anni hanno “normalizzato” anche il quinto set, e gli altri tre Major no. In secondo luogo non ci si spiega per quale motivo si debbano giocare quattro set in un modo e l’eventuale quinto e decisivo in un altro.

I rischi del long set sono molteplici e partite come quella tra Anderson e Isner ne evidenziano gli effetti macroscopici, in negativo s’intende. Restare in campo 7 ore a questi livelli inevitabilmente ti taglia le gambe o, meglio, lo fa a chi vince rendendo pressoché nulle le proprie possibilità di vittoria al turno successivo. Caso ha voluto che il turno successivo fosse la finale di Wimbledon, ovverosia la partita più vista dell’anno. Ora, la vicenda può essere passata in secondo piano perché nell’immaginario collettivo Djokovic avrebbe comunque vinto contro Anderson, ed è vero secondo logica. Se per caso, tuttavia, ci fosse stato un Cilic o un Raonic a contendersi la finale col sudafricano, perché il 26-24 al quinto avrebbe dovuto esaurire quasi in toto le possibilità di successo di Anderson?

A chiedere il tie-break al quinto non sono soltanto gli addetti ai lavori e le tv che, ovviamente, hanno esigenze diverse da quelle degli appassionati, ma è un desiderio diffuso e condiviso dalla totalità dei giocatori. Ad esempio la Coppa Davis, storicamente diffidente a ogni tipo di cambiamento, ha introdotto il tie-break al quinto anche grazie alla sfuriata di Leo Mayer che, dopo aver battuto 15-13 Joao Souza in un caldissimo Argentina-Brasile, nella conferenza stampa post-partita ha risposto così ai complimenti della stampa per l'epica vittoria: “voi così volete vederci morire”.

Quasi paradossalmente le due semifinali londinesi hanno mostrato a distanza di poche ore entrambe le facce della stessa medaglia. Dopo la battaglia di Anderson e Isner, difatti, si è scritto uno dei più intensi capitoli della rivalità tra Djokovic e Nadal terminata 10-8 al set decisivo. Ora “sacrificare” in parte partite del genere è un prezzo sopportabile per uniformare una regola che consente di salvaguardare in primis la salute dei tennisti, preservare le chance di vittoria al turno successivo di chi esce vincitore, e soprattutto evitare di falsare un intero torneo, come sarebbe potuto accadere quest’anno a Wimbledon e che, forse, in parte è accaduto davvero.

Qualcuno in questi giorni ha paventato soluzioni di tipo ibrido: lo stesso Isner, ad esempio, ha parlato di un possibile tie-break sul 12-12, o McEnroe e Wilander lo hanno proposto sul 10-10. Ciò potrebbe risolvere in parte il problema, ma resterebbe il "problema" della disomogeneità rispetto agli altri set. È evidente che si parla di casi-limite, ovverosia di una percentuale di partite minima che si allunga oltre il 6-6 del quinto set. Anche una singola partita, tuttavia, potrebbe essere in grado di alterare il corso di un torneo e una regola potrebbe essere utile anche per tutelare quella singola partita.

Il tennis, così come tutti gli altri sport, si evolve, cambia, cresce. Chi comanda deve essere bravo a captare il cambiamento e vestire come può – cioè con le regole – chi rappresenta nel modo migliore tra quelli possibili. Quarant’anni fa non c’era il tie-break, sareste in grado di immaginare oggi una partita senza tie-break in ogni set? No, ovviamente. Probabilmente tra un anno il tennis maschile avrà il podio di vincitori Slam all-time composto da tre fenomeni contemporanei, una roba inaudita; l’Atp dovrebbe dimostrarsi all’altezza di cotanta grazia e limare il proprio regolamento e mettere gli interpreti del Gioco nelle migliori condizioni possibili per esprimersi. Occorre uscire dalla logica spesso imperante nel tennis che adorna la parola cambiamento con aggettivi negativi. Cambiare spesso è un bene e inserire il tie-break al quinto set anche a Melbourne, Parigi e Wimbledon è quasi un atto dovuto.