L'Italia s'è desta: Cecchinato-mania al Roland Garros!


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L'Italia s'è desta: Cecchinato-mania al Roland Garros!

Dal nostro inviato a Parigi Taglio alto: Lebron James e Michael Jordan. Taglio basso: Marco Cecchinato. È la prima pagina de “L’Equipe”. Quando l’interfono della sala stampa del Roland Garros ieri l’altro ha annunciato l’imminente conferenza stampa di Serena Williams, manco il tempo di alzarsi dalla sedia ché già l’universo social-centrico aveva vomitato sotto forma di tweet da ogni angolo del globo l’annuncio del forfait.

Vivaddio, alcune cose restano ancora un’esclusiva di chi è on-site, almeno fin quando non inventeranno un marchingegno per assaporare e filtrare l’aria e le sensazioni di Parigi restando comodamente seduti nella propria cameretta buia in Guatemala.

L’aria che tira a Porte d’Auteil e soffia alle spalle di Cecchinato può essere spiegata, ma con la certezza di non trasmettere un messaggio comprensibile. C’è un giornalista italiano, che gira da cinquant’anni e che dovrebbe aver visto già tutto e il suo contrario di questo Gioco psichedelico, con gli occhi lucidi come un ragazzino.

Ci sono altri che non credono, pur vedendo. C’è la processione verso il gruppetto di stampa italiana che prende d’assalto la solita zona di desk in sala stampa: tutti cacciano quell’informazione in più da scrivere sui relativi giornali australiani, rumeni, austriaci, belga per capire chi diavolo sia questo Cecchinato Marco da Palermo, di anni 25 e partite vinte prima di questo torneo pochissime e tutte dimenticabili.

C’è “Le Monde” che spedisce di corsa un suo cronista a Palermo, sponda ristorante “Pizzi Cotto”. C’è l’autista di Uber che non appena comprende di avere un italiano a bordo urla “Marco Cecinato!”, prima di rigirare il coltello nella piaga per l’assenza della Nazionale ai prossimi mondiali.

Carota e bastone. C’è anche chi si interroga, giustamente, pure sulle vicende extracurriculari e poco nitide di Ceck: il match-fixing, la squalifica, la richiesta di radiazione e la scialuppa di salvataggio lanciata generosamente dal Coni.

E non è certo un’impresa reperire informazioni con quattro googlate. C’è modo e modo, però. Perché citare la partita combinata al terzo rigo di un articolo o titolarlo addirittura “De la galère à la lumière” – come è stato fatto da un giornale francese – è da rosiconi, mentre tacerla in toto è invece da ipocriti.

La vicenda di Mohammedia viaggia su un’altra strada rispetto alla semifinale del Roland Garros: la prima non può offuscare la seconda, ma la seconda non può cancellare la prima. C’è un paradosso secondo cui chi più ha sgranocchiato, meno è in grado di trovare una spiegazione agli ultimi 10 giorni.

Già, perché il Cecchinato che per ovvi motivi quasi i soli addetti ai lavori hanno seguito – più per obbligo patriottico ché per altro – non è assolutamente il giocatore parigino.

In particolare, è assurdo tutto ciò che stiamo vedendo dalla parte del rovescio, uno straccio bagnato fino a poco fa e diventato in sostanza il colpo migliore qui. Craig O’Shannessy, che di mestiere raccoglie dati tramite video-analisi e poi li passa a Djokovic costruendoci la strategia da adottare, ci ha detto che non sa spiegarsi un miglioramento del genere.

Neanche noi. E ciò non è assolutamente una velata e vigliacca accusa perché come si fa a drogare un rovescio? Anzi, è il trionfo del lavoro, dell’abnegazione, del ripetere fino allo stordimento il colpo debole fino a tenere botta con tale colpo una diagonale ai più proibitiva.

Insomma, Marco Cecchinato da Palermo fino a poco tempo fa faticava a uscire in lungolinea nel Challenger di Barletta contro il 200 del mondo, e ieri l’altro ha timbrato così il match point con Djokovic dall’altra parte della rete.

Quel rovescio che plana, quasi innaturalmente, scavalcando Djokovic e baciando quei centimetri di mattone tritato vicino all’incrocio delle righe, è un volo immaginifico che racconta l’impossibile. Nello sport in cui, secondo regolamento, è più difficile che il più forte perda, tutelato com’è da scaglioni di punti, game, set che gli garantiscono ampi margini di manovra, upset del genere hanno una portata ancor più gigante.

Prima di ieri, si faceva fatica anche a considerare colleghi due come Cecchinato e Djokovic. I numeri sentenziavano un’impossibilità dell’agire per il nostro: se parliamo di vile denaro, Ceck ha vinto un milioncino, Nole 110 e rotti; se parliamo di Grande Slam, Marco aveva vinto 4 partite in tutto, Novak 243; palmares? Cecchinato 12 titoli (uno solo Atp, gli altri nel circuito minore), Djokovic 12 titoli Slam.

Volendo, potremmo continuare all’infinito e tanto non basterebbe a far comprendere le dimensioni dell’evento. Ceck ha iniziato il torneo da numero 72 del mondo, lo finirà – mal che vada – invertendo le cifre e con in tasca un pezzo di immortalità sportiva in Italia. Quarant’anni fa fu Barazzutti a centrare l’ultima semi Slam in tricolore, ma Corrado era già un giocatore forte, vero, affermato.

Con un sol torneo, Cecchinato si è idealmente messo alle spalle colleghi considerati – a ragione – più illustri: Seppi non era mai andato oltre gli ottavi di finale in un Major, pur giocandone sei in tre tornei diversi, mentre l’apice del curriculum Slam di Fognini contava un quarto di finale nel 2011 su questi stessi campi.

Marco Cecchinato perderà domani contro Dominic Thiem e quasi sicuramente quella parigina sarà l’ultima cartolina a questo livello. Questo Slam, però, è il manifesto del perché il tennis, all’apparenza noioso, immobile e ripetitivo nelle sue routine, sia così fottutamente attraente.

E un domani, oltre all’essere già eternamente grati per aver vissuto nell’Età dell’oro del tennis mondiale con quei due alieni, potremmo anche ricordare di quella volta in cui Marco Cecchinato da Palermo sconfisse Novak Djokovic per correre fino alla semifinale del Roland Garros.

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