Il bivio di Djokovic: cosa sei disposto a perdere per tornare a vincere?


by   |  LETTURE 4496
Il bivio di Djokovic: cosa sei disposto a perdere per tornare a vincere?

Nel mezzo del cammin della sua vita, si è ritrovato in una selva oscura. Ha smarrito la retta via, Novak Djokovic, che forse nel profondo lo sa come ci è entrato in questa selva selvaggia di dubbi e ripensamenti.

Che siano Roma, la vittoria su Nishikori, l'incoraggiante primo set contro Nadal le prime luci per uscire a riveder le stelle? Ha cercato un'altra guida per tenere un altro viaggio. Ha rivolto dentro orizzonti e prospettive, quando ha scoperto che è vero, tutti vogliono essere l'uomo al comando ma una volta che ci arrivi la solitudine può assalire più di una gioia effimera.

In uno sport solitario di amicizie rallentate in nome della ricerca della perfezione, è partito senza un saluto per farla tutta la sua strada, fino al punto esatto in cui si spegne. Si è spenta a Parigi, nella domenica che ha certificato la completezza robotica, il trionfo di una macchina da guerra nell'illusione dell'invincibilità.

Ma il difficile non è nuotare contro vento, ma salire su nel cielo e non trovarci niente. A quel niente Djokovic ha faticato a dare una risposta. Becker e il preparatore, che ora ha richiamato, concordi affermano che non si allenava abbastanza.

Di fronte al bivio, ha desiderato nuove strade, destinazioni non ancora descritte. L'amore immaginato che potrebbe averlo preso sì forte, e chissà se davvero ancor non l'abbandona, non è che un'apparizione di quelle che danno a dubitar falsa materia per le vere ragioni che son nascoste.

E le ragioni stanno tutte nella domanda che divide l'aorta e l'intenzione, chi solo vuole e chi raggiunge: cosa sei disposto a fare, quanto sei disposto a perdere in nome dei sogni? Una domanda a cui chi è cresciuto col peso della responsabilità, con lo stigma del salvator della famiglia in nome del quale il padre è disposto a vendersi agli strozzini, conosce la risposta come si conosce una canzone.

E chi conosce la canzone, riconosce la strada. Quale strada? Dove porta la strada del Djokovic di oggi? Questa di risposta è nascosta nel fondo degli occhi e della notte, nei momenti in cui il personaggio e l'atleta lasciano il posto all'uomo e a quel che di troppo umano ancora c'è nella storia di un campione continuamente sospeso fra una robotica efficienza e le storie per farsi amare.

Di treni che, come cantava Ivano Fossati, non si fermano sulla costa ma proseguono intorno alle paure e a stagioni sempre chiare ne ha visti passare. Ne ha presi e perduti, smarriti e ritrovati tanti fino al mezzo del cammino di una vita che mai ha conosciuto la normalità.

Al Foro ha ripreso il filo sospeso della rivalità con più capitoli nell'era Open, e per un'ora e mezza è tornato a disegnare ghirigori ad angolazioni non comuni col rovescio diagonale. Per un'ora di nuovo innamoramento tennistico, aveva messo e dato tutto contro Nishikori.

I 18 vincenti di dritto e i 51 punti vinti sotto i 5 colpi contro il giapponese contrappuntano la prima vittoria del serbo al set decisivo dal Roland Garros 2017. “Vuol dire molto per me, soprattutto dal punto di vista mentale – ha ammesso in conferenza stampa -.

Mi regala fiducia, mi riporta dove voglio essere come giocatore”. La geografia diventa ancora storia. L'approdo nella prima semifinale ATP dopo undici mesi è ancora il rivale che con Federer ha cambiato anche la sua di storia.

Come i due vecchi compagni di viaggio di degregoriana memoria, hanno scelto imbarchi diversi ma restano sempre due marinai. Due marinai del tennis che non dovrebbero lasciarsi mai. Se davvero il successo è nel viaggio e non nella meta, Djokovic nella sconfitta ha vinto.

“Ho bisogno di giocare partite per tornare ad avere quel livello di convinzione che serve per competere con i migliori. E avere una chance di vincere ancora i grandi tornei – ha spiegato dopo il quarto di finale perso contro Rafa Nadal -.

Non mi sono mai trovato in questa situazione prima d'ora. Mi ero illuso che non ci sarebbe voluto molto tempo prima di tornare a vincere. Invece, è successo esattamente il contrario. Ho dovuto imparare la lezione ma non mi sono mai sentito così bene negli ultimi due o tre mesi”.

E questa non può che essere la buona novella. Certo, il tennis è empatia che rima con la partigianeria. Ogni storia, però, ha bisogno di qualcuno da amare e qualcuno da odiare, anche solo in termini sportivi.

Non è discussione se davvero, come sostiene il protagonista del romanzo d'esordio di Roberto Paterlini, il tifo è come l'amore, non si sceglie. La presenza di un Djokovic la cui voglia di provarci non sia solo contenuta nelle vuote parole di circostanza di inizio anno, racconta e rivela quanto il serbo sia importante per il circuito, e ne illumina il valore facendo crescere la consapevolezza a posteriori dell'assenza.

È una buona notizia non solo per chi ne sostiene i successi. Ma anche per chi ha ritrovato un rivale ad accendere le passioni, a tessere la trama di un racconto dai chiaroscuri forti. Ma se il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce, la razionalità di chi il gioco lo sviscera e lo analizza senza troppo cedere alle simpatie non può che abbracciare con viva e vibrante soddisfazione il ritorno di un campione che comunque rappresenta un pezzo di storia, che ha interpretato le sottigliezze del gioco e stimolato un'ermeneutica profonda.

Il ritorno, sic et simpliciter, però non basta da solo a garantirne l'evoluzione. Per uscire a riveder le stelle manca ancora un'emozione, la più importante. Manca l'ottimismo della volontà, la disponibilità a mettersi in discussione di nuovo, a fare tutto quel che serve perché l'ambizione di grandezza non resti solo una bella espressione.

Cosa sei disposto a perdere per tornare a vincere? Oltre il mezzo del cammin della sua vita, il futuro del fu RoboNole comincia da qui.