E tutto il resto è noia


by   |  LETTURE 2867
E tutto il resto è noia

Dal nostro inviato a Monte-Carlo

Se questo è solo l’inizio, quello che ci attende da qui al 10 di giugno sarà drammatico. Con l’avanzare dell’età, anziché assottigliarsi i margini tra Rafa e il resto dei “normodotati” si dilatano. Da ultratrentenne e a secco di tornei giocati dal ritiro in Australia, Nadal è più inavvicinabile oggi di ieri. Pur volendo fare gli ottimisti fantasiosi, trovare un’alternativa credibile al diavolo di Manacor sul rosso - che non sia un asteroide in caduta libera - è francamente impossibile.

Dopo il fugace - ma significativo - assaggio in Coppa Davis, le prime tre partite sul campo intitolato a Ranieri III valgono un’assicurazione: come lo scorso anno, si giocherà per il secondo posto. E se quello designato per essere l’avversario più temibile – al secolo, Dominic Thiem – raccatta due game in 68 minuti, beh allora la situazione diventa preoccupante. I ball-boys del Country Club ieri sera hanno provato la coreografia della premiazione post-finale disponendosi a mo’ di numero 11 ricordando sinistramente lo spoiler di un film che, in fondo, tutti conoscono. In sala stampa, invece, il gioco più in voga è la conta dei game che Rafa perderà fino a domenica.

Salvo qualche mese strattonato qua e là, il tennis maschile degli ultimi 15 anni proprio non ce la fa a creare un pertugio cui infilare l’incertezza del risultato. Anche se le varie dinastie non hanno certamente difettato in spettacolo, anzi. L’Atp si è nutrita, famelica, della luce riflessa che gli giungeva da Federer prima, dal duopolio che pareva sceneggiato per quanto perfetto in seguito, dal dominio di Djokovic poi, e infine dal prepotente ritorno dei due alieni già citati. Un bell’andare certamente, ma fino a una certa.

Ora c’è odore di stantio, c’è carenza di storie, c’è voglia di nuovo. Nadal si guarda stancamente, ovviamente senza fargliene una colpa, ma è avvilente riportare il medesimo bollettino di guerra limitandosi a cambiare ogni giorno il nome della vittima. Del resto, cosa si può dire al carnefice che continua a mietere sangue sul suo selciato, e senza apparente fatica? Le colpe, al pari dei meriti, sono da ascrivere alla concorrenza, alla cosiddetta “lost generation” dei nati a cavallo degli anni ’90, all’inadeguatezza dei nuovi per lo meno col mattone tritato sotto i piedi.

Siamo di fronte al più grande specialista del rosso di sempre, e uno dei più grandi nella storia del Gioco considerando anche il resto delle superfici. Siamo spettatori della storia che si compie. Siamo consci del fatto che uno così passa una volta e potrebbe non ripassare più. Siamo consapevoli di aver visto nascere a pochi anni l’uno dall’altro tre semi-dèi e di dobbiamo custodire gelosamente la fortuna di averli visti duellare su ogni campo del mondo. Questo spicchio di tempo ha visto di tutto e forse anche di più, eppure oggi sembra normale sentirsi così annoiati.