Il tennis maschile ha bisogno del fascino dei bad boys


by   |  LETTURE 4978
Il tennis maschile ha bisogno del fascino dei bad boys

I ragazzi cattivi stanno sempre dall'altra parte, non ti ridono in faccia, ma non vogliono consigli”. Non erano ancora nati, quelli che passano per bad boys della generazione di oggi e di domani quando Ivano Fossati raccontava i suoi ragazzi cattivi.

Quelli che decidono in fretta e stanno fuori dal disegno degli altri. Ma nei disegni c'entrano eccome Medvedev, Tsitsipas, Donaldson, Shapovalov e tutto il gruppo che vorrebbe trasformare l'etichetta di Next Gen a vario titolo, e a modo proprio, in Now Gen.

Il messaggio è sempre lo stesso, quello di ogni generazione che voglia costruire un contesto, un mondo in cui valga la pena di trovare un posto: “rompo il contratto, che Dio salvi la regina”. Hanno rotto il patto del politically correct, dell'educazione a ogni costo, in campo e fuori, anche quando non è sentita, non è spontanea.

Abbastanza punk da tornare a credere che i bravi ragazzi arrivano ultimi, giocano a tennis e vogliono mordere la vita. Saranno anche più ambiziosi di quel che servirebbe, dovrebbero forse imparare che ogni cosa arriva a suo tempo e che la fretta di prendere tutto può lasciarti senza nulla prima ancora di arrivare a metà del percorso, ma di sicuro odiano perdere.

Lo vedi negli occhi di Tsitsipas, che troppi amici non si sta facendo. O di Medvedev, uno che a Wimbledon lanciava le monetine sotto la sedia dell'arbitro, e a Miami non si è trattenuto. Altro che gesti bianchi e gentlemen's agreements.

Chiudi quella c...o di bocca! Hey, Stefanos, vuoi guardarmi e parlare? Te ne vai in bagno per 5 minuti, poi non chiedi scusa per un net. Pensi di essere un bravo ragazzo?”. L'arbitro prova a calmarlo, ma i castelli di rabbia non svaniscono come quelli di sabbia al sole d'estate.

Ha iniziato lui! Mi ha detto russo di m.., è normale? Gli rispondo perchè è un bambino piccolo, che non sa lottare. Fosse stato zitto, non avrei avuto nessun problema con lui. Ma se mi dice cose, e vuole litigare, beh che lo faccia.

E dopo non mi guarda nemmeno”. Titsipas non si cura, guarda e passa. Guarda e non si cura anche Shapovalov, a Montecarlo, mentre il greco protesta con l'arbitro. Si conoscono e si sfidano da anni, la stretta di mano è gelida, e non certo per il principesco distacco che da queste parti sarebbe anche apprezzato.

Shapovalov, peraltro, il lato oscuro dell'ambizione giovanile l'ha sentito e pagato, dopo la pallata involontaria a Arnaud Gabas in Coppa Davis. Novello Rebeuh, l'arbitro più volte contestato tanto da essere schiaffeggiato dalla moglie di Jeff Tarango a Wimbledon, Gabas ci è ricascato.

Chiama buono un servizio di Albert Ramos sul 3-2 40-0 nel secondo set contro Jared Donaldson. L'americano passa per essere uno dei più pacati, posati, lungimiranti, ha già messo su un'impresa edile con il padre per progettare residenze studentesche e un futuro post-tennis.

Ma poi li guardi, quei vent'anni, pensi che non torneranno più, e senti che i giorni di gloria rischiano di sfuggire così per una questione di centimetri. Il segno non è quello, dice, chiede il supervisor, si scusa sarcastico perché ha ferito i suoi sentimenti.

La lunga querelle da soap latina tra Verdasco che chiede di allontanare un tifoso un po' troppo partecipe, e Kokkinakis che abbandonando le cortesie gli risponde che quel tifoso è suo padre e tanto basta, divide non solo i giocatori.

Proprio Kyrgios, che aveva messo in messo Kokkinakis contro Wawrinka passando poi per il bad boy per antonomasia, ha smesso di seguire Verdasco su Twitter. Perché il privato e il pubblico si confondono in fretta. E nella settimana dei bidoni dell'immondizia al posto del cuore, delle patatine e della Sprite, il tennis torna a dividersi.

Ma i tempi di Roy Emerson, per cui “il tennis non ha bisogno delle cattive maniere, perché è più grande di ogni singolo giocatore” sembrano superati. Vale oggi quello che valeva nei primi anni Settanta, un'altra fase di passaggio, per quanto diversa che ci apprestiamo a vivere nel giro delle prossime stagioni.

È una certezza basilare: bad è sempre stato meglio di good. Nella cattiveria c'è più sostanza, più tecnica, più stile, più rumore, colore, gusto, più immaginazione, più passione, più varietà, più di qualunque altra cosa possiate nominare" scriveva nel 1972 Curry Kirkpatrick per iniziare un ritratto di Ilie Nastase, il Nasty di quell'epoca, su Sports Illustrated.

La fortuna di aver vissuto la stagione dei Fab Four, dei quattro moschettieri che hanno alimentato l'epica di un racconto di assi e ballerini di fila, ha oscurato e probabilmente perso almeno una generazione. Non è facile, negli anni di trionfi abbaglianti, rendersi conto che dove la luce è più forte le ombre sono più intense, o che i campioni non si producono.

La questione è un altra” scriveva Fred Perry nella sua autobiografia. “Per diventare campione devi volerlo, anche crudelmente, devi desiderare il successo e avere abbastanza sangue freddo da ottenerlo”.

Devi odiare perdere più di quanto ami vincere. E questo mette in gioco passioni autentiche, che scatenano l'empatia. E l'empatia diventa tifo, pro o contro. Si trasforma in appartenenza o in distacco, ma non in distanza.

La passione fa conoscere, fa avvicinare. La passione racconta una storia, e di storie oggi il tennis maschile ha bisogno perché i Fab Four non dureranno in eterno. A questo servono i tanti articoli sul sito ufficiale, i profili, i video anche in situazioni “casual”.

A questo servono le Next Gen Finals a Milano. Il loro essere “nativi digitali” aiuta, le pagine Facebook di Sasha Zverev o Rublev, che sono grandi amici, è il racconto del dietro le quinte, una controstoria complementare a quel che il campo svela.

Si vedono la trama e l'ordito della storia, e come in ogni storia perché ci si appassioni non basta un eroe positivo. Ci vuole un cattivo credibile. Ci vogliono i bad boy, qualcuno da odiare per poter amare di più qualcun altro.

Il tour, diceva Marcelo Rios, “è schizofrenico. Vogliono i personaggi, i caratteri, ma vietano le passioni”. Son cambiate le generazioni, son cambiati i ragazzi cattivi. Ma stanno sempre fuori.

Ed è sempre tutto come prima.