La Davis logora chi non ce l'ha


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La Davis logora chi non ce l'ha

C’è smarrimento e sgomento dopo la sconfitta di Valletta Cambiaso per l’ultima chance vanificata prima che il gruppo di studio malvagio dell’ITF faccia calare il sipario sulla Coppa Davis come la conosciamo.

Come se l’Italia potesse vincerla davvero, questa Davis. Aggrappati al talento e agli umori di Fabio Fognini, giocatore meraviglioso con la maglia azzurra indosso beninteso, ma troppo poco per poter pensare di vincere da solo perché in solitaria (o quasi) l’impresa è riuscita a un solo giocatore e Fabio – con tutto il bene – non è certo Murray.

Un universo Fognini-centrico non può che capitolare quando si arriva a un certo livello e, ovviamente, la colpa non è certo di Fabio anche se al ligure (con una punta di masochismo) sembra piacere cantare e portare la croce.

L’Italia ha perso, giustamente, contro una squadra più forte anche con le seconde o terze linee. La vittoria contro i cugini dall’altra parte delle Alpi era possibile, difficile ma possibile.

E vincere sarebbe stato bellissimo ma anche pericoloso perché avrebbe potuto farci pensare che il nostro movimento sia in salute come quello francese. Perché va così da queste parti: si accomunano e identificano i successi di un giocatore (o di un gruppo ristrettissimo) con quelli dell’intera nazione.

Vi immaginate una vittoria contro i campioni in carica come avrebbe fatto gonfiare il petto in Federazione? Se Fognini avesse vinto – come peraltro avrebbe dovuto – contro Pouille e magari Seppi l’avesse spuntata contro Chardy si sarebbe detto che sì, è tutto okay.

E invece neanche per niente. Perché se ci si affida in toto (o quasi) a Fognini, se il secondo singolarista ha 34 anni e il terzo (Paolino Lorenzi) 36, se il doppio grava ancora sul fisico del solito Fogna e su un inquietante Bolelli nella speranza che il ricordo dello Slam vinto tre anni fa possa bastare a salvarci, beh allora non scoppiamo esattamente di salute.

Alla Francia del simpatico Noah, rimaneggiata e decimata oltremodo, è bastato Lucas Pouille e un doppio di livello assoluto. Non è certo poco poter schierare una coppia che fu numero uno del mondo di specialità e un top-ten tanto ex quanto prossimo a rientrarvi, anzi.

Il problema è che sarebbe potuta andare decisamente peggio di così qualora i galletti avessero avuto pure uno tra Tsonga, Monfils, Gasquet o Simon e compagnia cantante. Insomma, era un’occasione d’oro mal sfruttata da un’Italia che sembra stanca e invecchiata e in questo il tennis pare ricalcare con sinistra efficacia altri ambiti del Paese.

Fare all-in sulla Davis è un errore tanto quanto sminuire o addirittura snobbare la competizione. Non è vero che la Davis non conta, ma è vero che non conta più per chi l’ha vinta.

Per i campioni l’Insalatiera ricorda una di quelle cose da fare forzatamente nella vita e poi depennarla dalla lista: fu così per Djokovic, per Federer, per Murray. Un po’ diverso per Nadal perché, insomma, con una squadra del genere negli anni passati era più difficile perderla che vincerla.

Del resto, come si possono biasimare tali campioni che abbandonano la nave una volta raggiunto l’obiettivo? Non si può, ovviamente, e nessuno si sogna di farlo nelle rispettive patrie. La Davis è una competizione affascinante, ma poco ci azzecca col tennis e forse è questo parte del suo fascino.

È, d’altra parte, naturale che i giocatori seguano le logiche del calendario individuale, quelle che alla fine sono dettate dal denaro e chi si sorprende – addirittura si schifa – di ciò evidentemente appartiene al club che considera i giocatori a metà tra eroi ed entità astratte, e non professionisti che giocano anche e soprattutto per guadagnare.

Se la Davis verrà uccisa o, più verosimilmente, modificata sostanziosamente, il tennis – creatura di per sé troppo immobile e passatista – dovrà adattarsi a ciò che sarà con la consapevolezza che si tratterà di qualcosa di contorno, quasi marginale, e ben lontana da quello che pesa davvero in questo sport.

Perché la Coppa Davis è un surplus, un qualcosa in più che si fa notare soprattutto quando non c’è perché, alla fine, la Davis logora chi non ce l’ha.