L'anarchia è cosa buona e giusta?


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L'anarchia è cosa buona e giusta?

Federer, Nadal, Djokovic e Murray. Uno via l’altro come l’Ave Maria delle vecchiette in chiesa. Certezze inossidabili all’apparenza, prepotenti cannibali che tutto potevano e tutto vincevano.

Attingendo a piene mani all’universo Marvel, quei quattro fenomeni sono diventati per tutti i “Fab-Four”, anche se a ben vedere con una buona dose di generosità nei confronti dello scozzese, francamente poco paragonabile agli altri te.

Fa nulla. Quando non c’era uno arrivava l’altro, quando calava l’altro eccotene quell’altro. Vincevano loro sempre e in ogni caso. E non è più così. Tale dominio condiviso ha rappresentato un’arma a doppio taglio per il tennis ormai abbondantemente uscito dalla nicchia elitaria per abbracciare la globalità a ogni latitudine.

Se da una parte un sistema fortemente gerarchico è in grado di fidelizzare un largo numero di aficionados, dall’altra togliere l’incertezza del risultato, sapere che l’underdog è destinato a perdere o – quantomeno – può spingersi al massimo fino alla finale prima di incontrare una sorte già nota a tutti, può scalfire la spettacolarità di uno sport.

Da quando i Masters 1000 hanno adottato tale dicitura – ovverosia dal 2009 – fino al 2016 (compreso) in pochi sono riusciti a “inquinare” l’albo d’oro distraendolo sparutamente da quei quatto là.

L’impresa è riuscita esattamente 7 volte in 72 tornei – meno del 10% - coi successi di Davydenko, Ljubicic, Soderling, Ferrer, Wawrinka, Tsonga e Cilic rigorosamente una volta a testa. Dal 2017 a oggi – dunque in 11 prove del circuito “1000” – si sono già inseriti Zverev (due volte), Dimitrov, Sock, Del Potro e Isner.

Sei su undici vale più del 50%. Qualcosa è cambiato e del resto era fisiologico accadesse. La modalità, brusca come ogni cambiamento importante, è stata mitigata dal ritorno del vecchio padrone Federer e dal rinnovato dominio del compare Nadal quasi limitatamente al rosso.

Ma ora? Era impensabile aspettarsi un Roger-bis anche nel 2018, anche se il titolo australiano e il quasi bis a Indian Wells aveva illuso il nutrito fronte di tifosi rossocrociati. Come da copione, Federer lo ritroveremo soltanto sull’erba dove resterà – salvo colpi di scena clamorosi – ancora l’uomo da battere.

Più difficile immaginare cosa attendersi dall’imminente stagione sul rosso: un Nadal fermo da Melbourne vestirà ancora i panni dell’asso pigliatutto? Difficile, molto. Djokovic, al rientro dopo l’operazione al gomito, è men che l’ombra di se stesso.

Murray tornerà, come Federer, solo sui prati. E allora? Chi si inserirà? L’Atp sta assumendo le sembianze della recente Wta dove, Serena a parte, tutti possono tutto. Perfino Isner, formidabile servitore e certamente non solo quello, può vincere un Master 1000, così come accaduto all’amico Sock in un novembre storico per il ragazzo del Nebraska.

Thiem è moralmente obbligato a fare il grande passo sul rosso, Dimitrov invece a dar seguito a quanto mostrato lo scorso anno anche se non sembrano salubri gli spifferi del 2018 bulgaro. Zverev, a cui sono stati intestati da tempo Slam sulla fiducia, ha sfiorato il terzo “1000” ma deve obbligatoriamente battere un colpo quando e dove conta che, nel tennis, risponde alla voce Slam.

Tra tutti, la minaccia più credibile porta sulla strada di Tandil: quel Del Potro così sfortunato potrebbe diventare il più grande a beneficiare dell’interregno. Chissà. Il 2018 dirà se l’anarchia nel tennis maschile sarà sinonimo di spettacolo o di mediocrità.