Cosa sarà di Novak Djokovic?


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Cosa sarà di Novak Djokovic?

di Alessandro Mastroluca e Gabriele Ferrara “Quando lavoravo con lui, ho imparato più io da lui che lui di me. Credo che Djokovic non abbia fatto lo stesso, che non si sia impegnato abbastanza”.

Un incontro, anche quello fra il serbo e Andre Agassi, è un racconto, una corrispondenza, una ricerca. Alla fine, dopo 15 vittorie in 20 partite, un titolo a Eastbourne l'anno scorso, e le ultime sconfortanti sconfitte contro Daniel e Paire, hanno riconosciuto che quell'incontro non si è mai completato, che il racconto ha conservato troppe pagine bianche, troppe strade inesplorate.

Hanno accettato che era il momento ad essere sbagliato. Forse la situazione di Djokovic è più preoccupante adesso rispetto a tre mesi fa, quando il suo ritorno era imminente e c'era grande curiosità nel vederlo in azione.

La voglia di competere lo ha portato a scendere in campo già a Melbourne, dove è arrivato agli ottavi di finale perdendo in tre set lottatissimi contro Chung, aggravando però i suoi problemi al gomito e ricorrendo anche a una piccola operazione.

Agassi, che inizialmente non sarebbe dovuto partire per un incidente di snowboard, si è presentato a Melbourne al fianco del serbo, che ha trascorso qualche giorno a Las Vegas per lavorare con lui prima di rientrare sul circuito per i primi due Masters 1000 della stagione.

Inizialmente il piano prevedeva un ritorno per Montecarlo, ma ha nuovamente deciso di affrettare i tempi. “Non andrei in campo se non credessi di poter vincere” annuncia. “Non sarei qui se non ci stessi provando davvero a rientrare.

Nessuno mi costringe con una frusta ad andare in campo. Amo questo sport, sono libero di scegliere se giocare o no”. La libertà, la voglia di mettersi alla prova producono però i peggiori risultati possibili, ovvero due sconfitte su altrettante partite disputate e un livello di fiducia ai minimi storici.

Così la distanza con Agassi non ha fatto che aumentare. “Ho provato ad aiutare Novak con le migliori intenzioni” ha detto a ESPN. “Ma ci siamo trovati troppe volte in disaccordo, pur comprendendo a vicenda le nostre posizioni.

Non posso che augurargli il meglio per il futuro”. A Indian Wells, rivela Stephanie Myles nel suo dettagliato articolo su Tennis Life, Agassi si è visto solo alla prima sessione di allenamento. Contro Daniel, ha ammesso, “mi sentivo come se stessi giocando la mia prima partita in carriera.

È stato stranissimo. Non trovavo ritmo da fondo, continuavo a commettere errori inusuali per me e sbagliare tanto col rovescio, che è sempre stato il mio colpo forte”. Il Miami Open, almeno a parole, si apre su toni e prospettive diverse.

Riesce ad allenarsi per due giorni di fila senza sentire dolore, spiega. Racconta di aver imparato molto su se stesso, di voler cercare la strada per andare avanti, “per essere ancora la miglior versione possibile di me stesso”.

Una versione che richiede un diverso accordo fra corpo e mente per sviluppare un movimento di servizio in grado di pesare meno sul gomito. E invece, contro Paire, lo scenario è se possibile anche peggiore. “Per me è inusuale giocare così, ci sto provando ma semplicemente in questo momento nonostante io voglia giocare meglio, mi risulta impossibile.

Chiaramente non sono al mio solito livello ed ora ne sono cosciente”. Queste dichiarazioni, rilasciate subito dopo il match con Paire, certificano i problemi del serbo, che non è nemmeno sembrato pronto a reggere il confronto sul piano fisico: "All’inizio mi sentivo bene e sono soddisfatto dei primi 6 game, dopo ho semplicemente finito la benzina, probabilmente non sono ancora in grado di stare alcune ore in campo".

La questione diventa particolarmente complessa se si considera che l'infortunio al gomito destro non dovrebbe aver pregiudicato la sua preparazione atletica, la cui insufficienza sarebbe dunque da imputare ad altri fattori.

Al di là di quello che lui dice alla stampa, infatti, tutti i segnali che Djokovic sembra mandare in questo periodo testimoniano una scarsa voglia di trovarsi su un campo da tennis, di lottare per tutto quello che ha voluto fino a nemmeno due anni fa.

In altre parole, appare svuotato, mentalmente ancor prima che fisicamente. Questo era già emerso tra la fine del 2016 e l'inizio del 2017, ma l'infortunio al gomito in qualche modo aveva offuscato questa componente, che invece è essenziale per comprendere il momento che sta passando l'ex numero uno del mondo.

Proprio la mancanza di fondo di motivazioni potrebbe aver spinto Agassi a decidere di allontanarsi da Nole, che aveva ingaggiato l'ex kid di Las Vegas perchè lui stesso aveva attraversato una fase della vita che presentava alcune analogie con quella che sembrerebbe che stia attraversando Djokovic: poca voglia di competere e di dedicarsi quotidianamente alla professione, altrettanta serenità fuori dal campo e una confusione generale riguardo il proprio futuro.

Davanti a Djokovic c'è il mare, un grande mare da attraversare con Radek Stepanek, con tanti dubbi, con sempre meno certezze. Ma soprattutto c'è la ricerca di un equilibrio che Djokovic deve trovare dentro.

C'è l'uomo che rimane a pensare a cosa c'è più in là di quel mare, che in questo momento rivede la sua vita ma non chiude la partita. C'è il campione che vuole ancora sentirsi in grado di pensare: ce la potrei fare.

Nessuno sa se e come Djokovic saprà trovare la forza interiore di rialzarsi come seppe fare Agassi tra il 1998 e il 1999. Come disse qualcuno, anche in questo caso il tempo sarà galantuomo. Ma forse non nei confronti di una delle più grandi leggende del tennis dell'era Open.