Danielle Collins, la March Madness e il sogno americano


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Danielle Collins, la March Madness e il sogno americano

Per fare un campione, diceva uno dei suoi primi allenatori, ci vuole un intero paese. E di sicuro tutta St.Petersburg ha partecipato alla March Madness di Danielle Collins. Mentre la NCAA si gode la follia di marzo, la March Madness appunto, le fasi finali del campionato universitario di basket, tra Indian Wells e Miami Collins centra un ottavo e una semifinale e per poco non entra in top 50.

Nel circuito maggiore, prima della sua follia di marzo, non aveva mai vinto nemmeno una partita. Aveva sei anni quando Venus Williams vinceva il suo primo Wimbledon, nel 2000. Diventerà il suo idolo, ma non ha sentito nessun timore quando ha piazzato un rovescio vincente dopo l'altro con martellante continuità per battere il suo modello sul Centrale di Miami, un tempo il torneo più importante del mondo dopo gli Slam.

È forse il giorno più importante della sua carriera, ma prima della partita Danielle chiacchiera con i suoi allenatori, parla del suo cane, guarda qualche video divertente su internet. “Ho avuto una benedizione” ha detto a Courtney Nguyen nell'intervista sul sito della WTA, “ho il talento e le capacità per giocare a tennis, e ho fatto di quello che mi piace il mio lavoro.

Guadagno, giro il mondo, sono molto grata che questa sia la mia vita. Voglio continuare il più a lungo possibile”. Che questa fosse la sua vita, Danielle l'ha capito subito, da quando ha vinto il suo primo trofeo battendo una ragazzina che diceva di voler diventare la nuova Maria Sharapova.

“No, sarò io la nuova Sharapova” dirà, tornata a casa. È il terrore delle ragazzine della sua età, che non vogliono perdere e per questo non vogliono giocarci. La piccola Danielle ha imparato già a trovare una soluzione.

Passa ore a tirare contro il muro. Il papà Wally, che giocava a tennis ma solo con gli amici e la portava a pescare, la accompagna sul suo pick-up Chevy blu dovunque ci sia un campo, al Seminole Lake Country Club, al St.

Pete Tennis Center, al Clearwater's McMullen Tennis Complex, all'Isla Del Sol.. Danielle chiede praticamente a chiunque passi di scambiare con lei. È una bambina di dieci anni a cui un gruppo di ottuagenari impegnati in un campionato locale insegna le basi del doppio.

Ci vuole un paese, per fare un campione. E tutto il paese partecipa. Wally, che fa il giardiniere e a ottant'anni ancora taglia l'erba tutti i giorni, fa il meglio che può. Danielle, che di talento ne ha davvero, fa il resto.

A 15 anni, al suo secondo anno di high school, vince il campionato statale, con tanto di successo in rimonta in finale, e non perde mai per tutto l'anno. Nick Bollettieri le offre la possibilità di allenarsi alla sua academy.

Ma il tennis è solo una parte della sua vita, non diventa tutta la sua vita. Non ancora. Si iscrive alla University of Virginia, alla facoltà di Media Studies, scienze della comunicazione. “Ho seguito un sacco di corsi di affari esteri” ha raccontato in conferenza stampa a Miami, “ho frequentato lezioni di politica, di diritto, di giornalismo.

Fortunamente non erano corsi troppo condensati, mi è piaciuto molto”. Nel 2014 arriva a un altro bivio. Vince il titolo in singolare, giocando tutto l'anno con un frammento d'osso che spinge sul tendine del polso destro, e porta la squadra della sua università ai quarti di finale del torneo NCAA per la prima volta nella sua storia.

Allo Us Open, al suo esordio nel circuito maggiore, toglie un set a Simona Halep. Molti pensano che diventerà professionista, anche solo per incassare il cospicuo prize money. Collins, però, rinuncia, resta una studentessa e una giocatrice di college.

Un anno all'università, nel suo caso coperto da una borsa di studio, costa 50 mila dollari, che sono comunque di più dell'assegno per chi esce al primo turno. E poi, spiegava alla WTA, “al college impari a essere parte di una comunità.

Non volevo essere solo una giocatrice, non volevo dipendere solo dal tennis. Volevo essere preparata per il mondo”. Nel 2016, nella finale al Case Tennis Center di Tulsa, diventa la settima giocatrice a vincere due titoli di singolare NCAA.

È solo la seconda dopo Sandra Birch, icona di Stanford, a farcela in due anni non consecutivi. La finale contro Hayley Carter della University of North Carolina-Chapel Hill, è la sua ultima partita a livello di college.

“E' stata la conclusione perfetta, non volevo lasciare perdendo la mia ultima partita” commentava Collins, che chiuderà la sua esperienza universitaria con 125 vittorie e solo 28 sconfitte. Laurearsi, ha raccontato, le ha dato una prospettiva diversa.

“Quando vado in campo sono tranquilla, so che un match non è una questione di vita o di morte. So che non dovesse funzionare, se dovessi farmi male, potrò comunque trovarmi un buon lavoro”. L'anno scorso, la sua prima stagione da pro, ha vinto il terzo e quarto titolo ITF, a Bethany Beach e a Norman, in due eventi da 25mila dollari, e ha chiuso da numero 167 del mondo.

Quest'anno ha alzato il trofeo al WTA 125K di Newport Beach, in finale su Sofia Zhuk, e centrato i quarti nel torneo della stessa categoria a Indian Wells. Perde da Sara Errani ma ottiene la wild card per il primo Premier Mandatory della stagione.

Batte Madison Keys, primo successo in carriera contro una top 20, e comincia ad accelerare, sempre a suo modo, verso le sue grandi destinazioni. Inizia a scrivere il suo sogno americano che, come scriveva James Truslow Adams, che ha introdotto questa espressione nel 1931, è il sogno di un ordine sociale in cui ogni uomo e ogni donna possono realizzare pienamente il loro potenziale, le loro innate qualità, ed essere riconosciuti per quello che sono, indipendentemente dalle fortuite circostanze di nascita o posizione”.