Il sorriso di Fabio in una domenica surreale


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Il sorriso di Fabio in una domenica surreale

Un alone di surrealismo stringe la domenica italiana, bagnata dalla pioggia e stremata dalle lacrime. Fermata dalle elezioni politiche e stilettata al mattino dall’agghiacciante notizia che arriva da un albergo di Udine.

È morto un ragazzo di 31 anni, calciatore, capitano della Fiorentina, nazionale azzurro, padre di una bimba di due anni. Sono tutti d’accordo – vivaddio – nel paralizzare seduta stante l’intera giornata del campionato pallonaro, ché è un po’ come fermare la vita da queste parti.

A tennis, però, si gioca. Giustamente. Il tennis non ha nazioni né patria, se non per quegli sparuti weekend in cui si riunisce una Coppa Davis ché pure sta cambiando pelle accogliendo più de profundis che favori.

Il tennis è un Gioco globale e a tennis si deve giocare. Sempre. Dall’altra parte dell’oceano in pochi si curano di Davide Astori, e ancor meno delle elezioni. E allora la risposta migliore per noi italiani è Fabio Fognini.

Per strappare un sorriso compiaciuto in una giornata in cui c’è ben poco da sorridere. Per unirci una volta tanto un’immaginaria quanto effimera bandiera. Non si sono segnati gol da dedicare a Davide, non ancora almeno.

E, dunque, è stato Fabio, evidentemente e sinceramente toccato, a fare ciò che ogni italiano avrebbe fatto se avesse vinto qualcosa. Il ragazzo ligure ha adempiuto – quasi sorprendentemente – ciò che ci si attendeva da lui alla vigilia del Brasilian Open di San Paolo.

Ha vinto. A tratti ha dominato, poco ha sofferto, ha perfino scherzato Pablo Cuevas, uno che questo torneo lo aveva vinto sempre negli ultimi tre anni, prima di sedare in finale i giovani entusiasmi di Nicolas Jarry, superato in rimonta.

È una vittoria di relativo poco conto, ma altresì fondamentale. Un sigillo che impreziosisce in quantità il palmarès, allungandolo a quota 6. Tanti quanti Paolo Bertolucci, uno più di Corrado Barazzutti, quattro meno di Adriano Panatta.

San Paolo è talmente lontano che i riflettori sembrano più sfocati a disegnare una dimensione che la storia di Fabio ci insegna essere ideale per lui: Fabio è tranquillo, rilassato, sereno.

E quando questi status mentali si allineano, per batterlo devi essere davvero uno dei top e, visto i fenomeni non hanno affollato il tabellone del 250 paulista, trionfare è stato quasi sempre un gioco da ragazzi. Nell’ancestrale status quo di giocatore da “odi et amo non si può prescindere dal fare qualche considerazione che risulterà banale per quanto evidente.

Con l’enorme bagaglio di difetti più caratteriali che tecnici, Fabio Fognini è e resterà a lungo quanto di meglio possa offrire l’Italtennis. Ed è francamente ipocrita non apprezzare il Fogna giocatore perché Fognini non è un onesto mestierante della racchetta, ma ne è artista.

Vizioso, scorbutico, lunatico, ma anche virtuoso, esplosivo, libidinoso. Quando Fabio deciderà di dire basta e dedicarsi a Flavia e al piccolo Federico – si può essere certi di ciò – verrà rimpianto.

I risultati del 2018 lo hanno riportato tra i primi 20 del mondo, un’élite troppo significativa per poter essere sottovalutata. Fino Fabio ha assommato 14 vittorie con 4 sconfitte, tutte con rimpianti men che una (contro Berdych a Melbourne), ha centrato due semifinali e vinto un titolo.

Per intenderci, nel 2017 di questi tempi aveva giocato 10 partite, vincendone la metà. Ora arriverà la cambiale da 360 punti a Miami, e poi potrà rosicchiare punti preziosi nella “sua” Monte-Carlo e, in genere, sul rosso per avvicinare quella tredicesima posizione agguantata nel 2014.

Di più. Sono sette anni consecutivi che l’azzurro figura in almeno una finale del circuito maggiore. I numeri e il campo confluiscono verso un’unica direzione: Fabio Fognini è il miglior italiano dai tempi di Adriano Panatta.

Godiamocelo. .