Quello che rimane dei Fab Four


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Quello che rimane dei Fab Four

Sono lontani gli anni in cui tutti i Fab Four, o almeno tre di loro, si qualificavano per le semifinali dei tornei dello Slam, circostanze verificatasi quattro volte: Us Open 2008, Roland Garros 2011, Us Open 2011 e Australian Open 2012. Erano le stagioni in cui tutti erano in piena forma fisica, con Federer che era il “vecchietto” di turno e che quasi sempre perdeva i match particolarmente duri sul piano fisico. Adesso è tutto diverso. Lo svizzero ha vinto tre Major negli ultimi 12 mesi ed è sempre più vicino al numero uno delle classifiche mondiali, i suoi avversari più giovani, invece, sono fermi ai box. La fluidità dei suoi movimenti, la capacità di programmarsi nel miglior modo possibile, di ascoltare il proprio corpo, di concedersi riposo e di fare scelte oculate e quasi mai azzardate sono alcune differenze principali tra Federer e i suoi rivali storici, sul cui futuro c’è più di un dubbio.

I problemi di Nadal
Nonostante il grandissimo 2017, anche Rafa Nadal non si salva dalla lista degli infortunati illustri dell’ultimo periodo. Dopo quanto visto per larghi tratti della sua carriera, i suoi problemi al ginocchio si sono ripresentati lo scorso autunno. Dopo le fatiche di New York e la Laver Cup, infatti, lo spagnolo ha voluto giocare anche in Cina, vincendo a Pechino e arrivando in finale a Shanghai, dove però il fisico ha mostrato segni di cedimento. Prima dell’ultima partita in Asia, nel 2017 Rafa aveva disputato 74 incontri, vincendone 65. A quel punto, però, sono riemersi i guai al ginocchio destro, con il numero uno ATP che, per sigillare la prima posizione nel ranking, ha voluto giocare anche a Bercy e Londra, senza però potersi difendere al meglio delle proprie possibilità e tornando ad essere competitivo direttamente a Melbourne. Qui sarà l’inguine a impedirgli di andare avanti nel torneo. Più in particolare, la risonanza magnetica ha fatto emergere uno stiramento di primo grado al muscolo ileopsoas (che collega la spina dorsale al femore destro attraverso l’anca), provocando solamente uno stop di due settimane.

Al momento, quindi, Nadal risulta iscritto sia ad Acapulco sia ai Masters 1000 di Indian Wells e Miami, nonostante l’attacco di Rafa ai vertici del tennis, rei di programmare troppe manifestazioni su campi duri. Tuttavia, la questione è un’altra e riguarda la qualità delle scelte dello staff dell’iberico, che da sempre si è spinto oltre i propri limiti fisici, stipulando una sorta di patto col diavolo: problemi fisici cronici in cambio di vittorie ai massimi livelli. Così è andata, e così potrebbe continuare ad andare anche per almeno un’altra stagione, ma tutto questo potrebbe pagarlo ulteriormente in un’altra vita, quella che inizierà tra poco e che lui stesso teme che possa essere estremamente complicata.

Le operazioni di Murray e Djokovic
Se Atene piange, Sparta non ride. Nel corso dell’ultimo mese, infatti, sia Andy Murray che Novak Djokovic sono ricorsi a un intervento chirurgico per cercare di risolvere definitivamente i loro guai rispettivamente all’anca e al gomito.
Il britannico lo ha deciso nei primi giorni del 2018, con il Dr. John O’Connell che lo scorso 8 gennaio lo ha operato all’anca destra. Murray crede di poter tornare per la stagione sull’erba, dopo aver giocato sul dolore proprio subito dopo la fine del Roland Garros dell’anno scorso. Come ha rivelato lui stesso, “provavo dolore già da prima di Wimbledon, ora la situazione è migliorata ma mentalmente è incredibilmente snervante quando ogni volta che cammini senti l’anca darti il tormento, dal momento in cui ti svegli e inizi a camminare fino a quando ti sdrai la sera”. In questo caso non si sarebbe trattato di un problema di natura traumatica, ma di usura. Lo stile di gioco tendenzialmente difensivo e il modo di colpire sia di dritto che di rovescio di Murray hanno fatto sì che, anche in questo caso, il fisico presentasse il conto.

Discorso simile per Novak Djokovic, che ha chiuso il 2017 a Wimbledon a causa dei problemi ricorrenti al gomito destro e che lo scorso 3 febbraio ha deciso anche lui di operarsi per risolvere il problema. Prima Nole aveva provato a competere a Melbourne, nonostante non fosse assolutamente al 100%, ma, come ha detto lui stesso, “la competizione mi mancava troppo. Speravo di recuperare a pieno dopo la pausa, ma ho sentito ancora male”. Per farlo – forse anche a causa delle pressioni di qualche sponsor particolarmente influente e non contento di quanto accaduto da luglio in poi -, ha dovuto apportare anche qualche aggiustamento tecnico per quanto riguarda il servizio e il dritto, portando indietro il braccio destro senza sollecitare più del necessario il gomito, tenendolo alto e abbastanza distante dal corpo. Tutto questo è bastato per arrivare fino agli ottavi di finale del primo Slam dell’anno, dove si è dovuto arrendere di fronte a un grande Chung, in una partita in cui si sono riacutizzati i problemi di cui sopra.

Sia per Murray che per Djokovic sarà importante vedere se sapranno gestire la loro voglia di competere, senza affrettare i tempi di recupero, così da darsi una reale chance di poter rivincere trofei importanti. Ma non è detto che ciò avvenga.

Il rientro di Wawrinka
Non è un bel periodo nemmeno per Stan Wawrinka, che è rientrato nel circuito da poche settimane – anche lui in occasione degli Australian Open – dopo un’operazione chirurgica al ginocchio sinistro. A Melbourne ha superato un turno, perdendo nettamente contro Tennys Sandgren, in una sfida in cui ha comunque cercato di conservare gli aspetti positivi: “Devo essere positivo: sono arrivato qui non sapendo se avrei potuto effettivamente giocare il primo match e gli ultimi 12 giorni sono andati meglio di quanto mi aspettassi”. In difficoltà soprattutto dalla parte del dritto e sul piano atletico, lo svizzero avrà bisogno di tempo per comprendere quale potrà essere il suo reale livello. Non sarà semplice rivederlo giocare come nel quadriennio in cui è stato assistito da Norman: la sua tendenza a ingrassare e le sue difficoltà nel riprendere confidenza con i fondamentali nel breve periodo suggeriscono che occorreranno mesi prima di fare valutazioni approfondite e competenti. Ciò nonostante, un incentivo da non sottovalutare potrebbe essere proprio la fine della partnership con Norman, che ha colto Stan alla sprovvista. Dimostrare di essere ancora un grande campione e di poter raggiungere le vette dell’ultimo lustro anche senza il coach svedese sarà una motivazione extra per lui.
In questo senso, i tornei di febbraio di Sofia, Rotterdam e Marsiglia daranno già indicazioni importanti, ma per saperne di più bisognerà aspettare almeno la stagione sul rosso.

di Gabriele Ferrara

** Questo articolo e' tratto dalla Rivista Tennis World, numero 51.
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