Hyeon Chung unisce la Corea


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Hyeon Chung unisce la Corea

Ha iniziato l’Australian Open copn la cinquantesima vittoria nel circuito maggiore. L’ha chiuso con i segni del successo e dello sforzo, con la centesima partita in carriera. A 21 anni, Hyeon Chung è già il coreano con la miglior classifica di sempre. E ha di fronte nuove, grandi destinazioni. Ma non chiamatelo nuocvo Djokovic.

Sulle spalle dei giganti, Chung è arrivato col merito di chi a tennis ha iniziato per caso, perché inseguire le palline, gli avevano detto, sarebbe stato utile per contenere i suoi problemi di vista. Ha cancellato l’orizzonte tracciato da una finale junior di Wimbledon buona per alimentare l’orgoglio italico che vive di luce riflessa. Ha messo la Corea del Sud, prima delle Olimpiadi invernali, leva perfetta per ragionar di diplomazia e far avanzare le relazioni internazionali, al centro di un pezzo della geografia sportiva.

L’Asia, la regione che più sta crescendo, il mercato che il tennis e non solo più inseguono in una pionieristica corsa all’Est, non è solo la Cina di Li Na o il Giappone di Kei Nishikori. Con la vittoria alle Next Gen Finals, Chung è diventato il quarto coreano a giocarsi una finale di un torneo sotto l’egida ATP, benché viste le innovazioni regolamentari a Milano non fossero assegnati punti. Solo Hyung-Taik Lee, il coreano con il miglior best ranking di sempre prima di Chung, poteva vantare un titolo ATP, a Sydney nel 2003 in finale su Juan Carlos Ferrero. E solo altri due hanno giocato una finale, Duk-Hee Lee (1982 Fort Myers), solo quasi omonimo del giovane che prova a farsi strada da non udente , e Yoon-Jeong Cho (2002 Pattaya, 2003 Auckland, 2006 Canberra)

Chung, primo coreano in semifinale in uno Slam, si è preso un posto nella storia anche grazie al successo su Djokovic, il terzo contro un top 20 all’Australian Open, primo torneo in cui ha vinto cinque partite di fila (ha firmato una serie più lunga, composta però da quattro vittorie in due incontri consecutivi di Davis fra settembre 2014 e marzo 2015 e il secondo turno a Miami).

Il più giovane semifinalista Slam dai tempi di Cilic a Melbourne nel 2010, ha cambiato la percezione del tennis in Corea. La vittoria su Djokovic, si legge sul sito dell’Australian Open, ha attirato davanti al canale tv JTBC un pubblico quattro volte superiore alla finale Federer-Nadal dell’anno scorso: è di gran lunga il match di uno Slam più visto di sempre nell’intera nazione.

La Corea, ha raccontato l’editor di Tennis Korea, Leo Seungwon Baek, “ha invidiato a lungo il successo di Kei Nishikori”. Ora che Chung ha raggiunto la semifinale dell’Australian Open è diventato famoso come Yuna Kim, stella del pattinaggio artistico, oro olimpico a Vancouver 2010 con tanto di record del mondo e argento a Sochi 2014, e il nuotatore Tae-hwan Park.

Ma come è riuscito a trasformare il suo percorso in una storia di dedizione e successo? Nelle cinque vittorie a Melbourne, la semifinale contro Federer giocata con i segni di vesciche vecchie e nuove a menomarne i movimenti fino al ritiro offre naturalmente meno indicazioni, Chung ha giocato 166 scambi oltre i 9 colpi, il 16% di tutti i punti giocati. Più la battaglia da fondo si allunga, più aumentano le sue probabilità di vincere il punto. Non a caso, il 55% di punti vinti da fondo lo rendeva il migliore a Melbourne in questo particolare distretto del gioco.

Eppure, non è questo l’atout principale che ha elevato Chung a semifinalista con la più bassa classifica all’Australian Open dai tempi di Marat Safin nel 2004. È l’efficacia in risposta. Il coreano, numero 29 del mondo, è fra i primi dieci nel Leaderbord ATP, l’indicatore che misura il rendimento in termini di punti vinti contro prima e seconda, palle break convertite e percentuale di break ottenuti.

La strada è quella giusta. Fino al 2010, chi ha chiuso l’anno al numero 1 aveva anche il miglior rendimento al servizio. Ma nell’ultimo decennio è l’efficienza in risposta il miglior indicatore delle prospettive di successo.

Chung, che a Melbourne ha trasformato il 47% delle palle break, un significativo 5% in più rispetto alla sua media del 2017, ha evidenziato anche notevoli miglioramenti con la seconda che nel primo Slam dell’anno gli ha consentito di ottenere il 57% di punti. Rimane, però, sotto il 50% nelle ultime 52 settimane: le grandi destinazioni, che non sono già tutte descrigtte, cominciano da qui.

E l’effetto positivo già si vede. Si rispecchia nell’interesse che si risveglia in una nazione da 51 milioni di abitanti, nella motivazione riflessa che può illuminare la strada di Duckhee Lee, arrivato al numero 3 del ranking junior, che Chung ha sconfitto nella finale di un Challenger a Taiwan alla fine del 2016. L’effetto coda lunga, che in economia rappresenta la profittabilità di una strategia di vendita basata sulla commercializzazione di un gran numero di prodotti con pochi fruitori ciascuno, si fa sentire anche nel tennis, anche là dove non costituiva lo sport nazionale. L’entusiasmo che si sta creando. Può far bene anche a Soonwoo Kwon, compagno di scuola di Duckhee Lee, che ha vinto l’Australian Open Asia-Pacific Wildcard Playoff a Zhuhai lo scorso dicembre dopo aver chiuso il 2017 con 27 vittorie e 17 sconfitte nei Challenger. E magari estendersi alla quindicenne Sohyun Park, la più futuribile delle giovani coreane, che spera di seguire le orme di Yoon-Jeong Cho (No.45 nel 2003) e Sung-Hee Park (No.57 nel 1995).

I coreani, scrive il giornalista britannico Michael Breen, sono abituati alle contraddizioni e all’alternanza di destini. Il tennis si fa metafora e specchio di un tratto chiave della dodicesima potenza economica del mondo. Merito di un ragazzo che ha iniziato a giocare a tennis perché non vedeva bene. E che ora guarda lontano, molto lontano. Senza bisogno di paragoni.

di Alessandro Mastroluca

** Questo articolo e' tratto dalla Rivista Tennis World, numero 51.
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