Marta Kostyuk, bastan 15 anni per cambiare la storia

L'ucraina è la più giovane al terzo turno di uno Slam dal 1997. Ma il tennis, dice, non le è mai piaciuto.

by Alessandro Mastroluca
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Marta Kostyuk, bastan 15 anni per cambiare la storia

A 15 anni possono bastare un jeans e una maglietta per far innamorare. Oppure possono servire sei vittorie di fila e un posto nella storia del tennis. Marta Kostyuk, è evidente, appartiene alla seconda categoria. Ha passato tre turni di qualificazioni, è diventata la più giovane in un main draw di uno Slam senza wild card dai tempi di Sesil Karatancheva nel 2005.

Ha battuto Shuai Peng, è diventata la più precoce a passare un turno da Martina Hingis che raggiunse i quarti nel 2005. E non finisce qui. Ha tirato una ventina di vincenti per piegare Olivia Rogowska e raggiungere al primo tentativo quel che l'australiana non ha ancora mai ottenuto.

È la più giovane al terzo turno di uno Slam dal 1997, dalla prima storica semifinale di Mirjana Lucic, allora non ancora coniugata Baroni, allo Us Open. Ma Kosyuk non è una quindicenne come le altre, e ai primati non pensa.

“Sono giovane, cerco di non starci troppo attenta. Non mi sento speciale per questo, se dovessi sentirmi diversa ogni volta che batto un record sarebbe troppo” diceva dopo il primo turno. Ha gli alti e bassi delle ragazze della sua età, che faticano a controllare le emozioni e a tener lontano il cellulare se la mamma, come dopo il match di secondo turno, le fa notare che prima deve finire di mangiare.

Si sono visti tutti quegli alti e bassi quando la mamma Talina Beiko, ex numero 391 del mondo, ha fatto un gesto che Marta confessa di non aver visto, per cui però viene punita con un warning per coaching. “Non sapevo che avesse fatto” ha spiegato, “sono diventata matta.

E quando divento matta poi le cose vanno meglio”. È per lei che ha cominciato a giocare. Per coprire un'assenza. Talina è un coach, passa molto tempo fuori di casa da allenare. Marta, che ha una sorella maggiore e una minore, sente la mancanza.

È una buonissima promessa nella ginnastica acrobatica. La pratica dai 5 agli 11 anni, nella specialità di coppia, e arriva quarta in un campionato nazionale. Ma c'è da tenere sotto controllo il peso, e quell'ossessività non le piace.

Ha già iniziato anche a fare tennis, che diventa da quel momento il suo unico sport. Uno sport che però non le piace. Non le è mai piaciuto. Ma non importa. “Il tennis non conterà mai abbastanza da cambiarmi la vita” ha detto in un'intervista pubblicata sul sito della WTA.

“Sento molti giocatori dire che il tennis è tutta la loro vita. Io non voglio che sia così, perché poi se dovessi perdere o dovesse succedere qualcosa la distruggerebbe. Quando la mia carriera finirà, voglio essere brava anche in altre cose, non solo nel tennis”.

No, Marta non è decisamente una quindicenne come le altre. Ma è con le emozioni negative, diceva Chris Evert, che si costruisce una carriera da campioni. Marta ne ha sempre avute due, chiare, di motivazioni.

La prima, ormai è chiaro, è stare con la madre. Poi però inizia anche a vincere. Da qualche parte, dentro di lei, qualcosa la spinge a non mollare. Magari urla, piange dopo un errore, ma poi rimane lì.

L'ha fatto anche oggi. Ha steccato un servizio sul primo match point che è finito sul telone. Si è girata spalle al campo, si è presa il tempo per dimenticare, e al punto successivo ha chiuso la partita. Solo una volta ha pensato davvero di lasciare tutto.

È l'agosto del 2015. Ha vinto un torneo Under 14 di grado 1, poi perde due volte al secondo turno in due eventi under 16. “Ok, andrai a scuola come tutte le ragazze della tua età” le dice la madre.

Non tocca una racchetta per una settimana. Vuole riprovarci, ne rompe due di racchette nei primi due allenamenti, la metà di quelle che le sono rimaste. Torna a casa, rimugina sul divano, e capisce. Si scusa con sua mamma e in un paio di mesi vince l'Orange Bowl, l'Eddie Herr e Les Petits As.

In fondo, il tennis è spettacolo, il pubblico ha diritto allo show. E come in ogni spettacolo che si rispetti, legge non scritta vuole che il successo della prima sia direttamente proporzionale all'insuccesso della prova generale.

Non a caso Marta non avrebbe nemmeno voluto partire per l'Australia dopo aver perso al primo turno in un ITF mancando un set point. “Se gioco così, che ci vado a fare” dice. “Siam venuti qui un torneo prima proprio perché tu possa imparare dagli errori.

La prossima volta andrà meglio”. Ecco, meglio non rende l'idea di quanto si sia avverata la profezia. La lezione, però, rimane. E le arriva anche dal suo manager, uno che sa bene come farsi ascoltare. Si chiama Ivan Ljubicic e non è un omonimo del coach di Roger Federer.

“Ivan mi aiuta sempre quando mi vede dopo le partite” spiega, “e mi dice quello che non va. Non va mai tutto bene, nemmeno quando vinci”. Ha già capito, anche prima dei 45 gratuiti contro Rogowska, che non può assecondare la sua indole di perfezionista: Federer ha avuto bisogno di qualche anno in più.

“Nel tennis fai errori a ogni punto, se fossi così prima o poi finirei in manicomio”. I 45 errori non hanno zavorrato del tutto un tennis che la sua avversaria ha definito molto più maturo della sua età.

Un tennis che le ha fruttato 113.500 dollari, che spenderà in regali per la sua famiglia, innanzitutto, e poi anche per sé. Eccolo il secondo motore della sua carriera. “Sì, è bello fare esperienza da junior ma sono felice che quella stagione sia finita” ha detto alla WTA, “perché cominci a lavorare duro solo quando inizi a guadagnare qualcosa.

Più guadagni, più vuoi giocare meglio”. Non si chiamerà Ernesto, ma l'importanza di essere onesti, come nella commedia dal titolo volutamente equivoco di Oscar Wilde, la conosce bene. E in circostanze come queste esprimere la propria opinione, direbbe Wilde, è qualcosa di più di un dovere morale: diventa un piacere.

Marta affronterà Elina Svitolina. A partite come questa ha iniziato a pensare già ad aprile, come in un'epifania, un'illuminazione. La fantasia, però, può mettere pressione. Meglio non pensarci troppo.

Meglio lasciare che a dominare sia la realtà del suo tennis moderno, fatto di colpi pesanti a rimbalzo, di un rovescio fulmineo e di un servizio ancora da migliorare. Ci sarà tempo per lavorarci e per guardare a un futuro che ancora per qualche anno la limita, sono gli effetti della regola Capriati che limita il numero di tornei a cui una giocatrice può iscriversi ogni anno dai 14 ai 17.

Marta continuerà a lavorare a Zagabria con coach Luca Kutanjac. Ha già smesso di sognare di sposare Novak Djokovic, idea che ha cullato anche perché fra i suoi genitori c'è una differenza d'età di 18 anni, e i 15 che la separano da Nole non sembravano un problema. “Non ci penso più già da due anni. Ero già una ragazza matura!”.

Marta Kostyuk
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