EDITORIALE

La riscossa a stelle a strisce

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Rivalsa e rinnovamento. Ha due sfumature la riscossa bipartisan del tennis a stelle e strisce. Dopo anni di anonimato e di pressoché totale dipendenza da Serena Williams, gli Stati Uniti nel 2017 si sono ripresi il centro del ring grazie a una serie di comprimari di lusso capaci di sopperire all’assenza del campione assoluto.

Le ragazze – guidate da una Vandeweghe nei comodi (per lei) panni della condottiera – hanno riportato in America la Fed Cup diciassette anni dopo l’ultima volta, il che è paradossale se relazionato alla presenza di Serena Williams in quest’intervallo senza gloria.

Non solo. A New York, nello Slam di casa, il risultato è stato roboante: quattro semifinaliste su quattro – Stephens, Keys, Vandeweghe e Venus Williams –, una roba che non si registrava in uno Slam dall’edizione 1985 di Wimbledon e in particolare a New York dal 1981.

In entrambi i casi, tuttavia, nel lotto delle fantastiche quattro era presente Martina Navratilova, americana sì ma soltanto d’adozione. Alla fine a spuntarla nel party tutto made in USA è stata Sloane Stephens scrivendo una storia magnifica visto che non più di tardi di un mese prima la statunitense era oltre la posizione 900 del ranking Wta.

Una vincitrice Slam al di fuori della pluripremiata famigliola Williams mancava agli Stati Uniti dagli Australian Open 2002 quando a vincere fu Jennifer Capriati. In attesa di capire quando e come tornerà Big Serena, al momento impegnata ad allettare la neonata Alexis Olympia – unico essere vivente a vantare uno Slam ancor prima di nascere -, il movimento è davvero in salute, come direbbero dalle nostre parti, ma loro possono dirlo a ragione.

Gli Stati Uniti al femminile, difatti, piazzano due giocatrici in top-10, quattro in top-20 e addirittura dieci tra le prime 70 del mondo, per un totale di dodici top-100. Una base enorme per varietà, quantità e qualità, che garantirà un domani più che brillanti agli Stati Uniti che – giocoforza – tra poco dovranno rinunciare alle sorelle più vincenti della storia del Gioco.

Leggermente peggiore la situazione del maschile, ma comunque ottima se soppesata alla penombra degli ultimi anni. Il miracolo di Jack Sock, capace di infilare in un’unica settimana il primo 1000 in carriera che gli ha garantito il pass per le Finals, ha riportato un americano nel torneo dei maestri come non si vedeva dal 2011 con Fish.

Nella sua disperata corsa parigina, Sock ha beffato – tra gli altri – i connazionali Isner e Querrey che con lui compongono il tris americano incluso nella top-20. Soltanto la Spagna vanta tre rappresentanti così in alto.

In generale sono otto gli americani tra i primi 100 e, soprattutto, Donaldson, Tiafoe e Fritz sono inseriti in quella Next Gen che fa ben sperare per il futuro. Anche nel maschile, dunque, manca la star, il pezzo da novanta, lo Slammer.

Ma, in sostituzione di ciò, il movimento statunitense ha sfornato una serie di ottimi giocatori ricalcando il modello francese: a volte meglio tanti buoni che uno ottimo. Dall’impossibilità, dunque, di avere la punta di diamante – che la storia insegna arrivare in modo pressoché casuale - hanno forgiato un battaglione di straordinari comprimari, quasi tutti con le caratteristiche pre-confezionate del tennis USA, ma tremendamente efficaci.

Sempre in ottica futuro, stando al materiale a disposizione oggi non è difficile pronosticare una Guerra Fredda nel tennis con Stati Uniti e Russia nel ruolo di ritrovate superpotenze. .