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EDITORIALE

WTA, cosa insegna l'anno delle cinque regine

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by Alessandro Mastroluca

Nei suoi Principi, Alfred Marshall scriveva: ”Non è eccezione alla Legge [dell’utilità marginale decrescente] che maggiore è la buona musica di cui un uomo fruisce, maggiore sarà il gusto che per esso riuscirà a sviluppare”. La legge di Marshall vale anche per lo sport in generale, e per il tennis in particolare. Passo dopo passo, partita dopo partita, lo spettatore entra nei meccanismi del gioco, acquisisce esperienza e competenza delle tattiche e delle strategie, e può godere di più aspetti del match di quanti ne riesca a cogliere chi guarda solo una partita ogni tanto.

È un principio che può tornare molto utile per dirimere una delle questioni di stile che periodicamente si riaffacciano nel giudizio sul tennis femminile in stagioni come questa, in cui per la seconda volta da quando esiste il ranking computerizzato, ovvero dal 1975, si sono alternate cinque giocatrici diverse al numero 1 del mondo. Era già successo nel 2008, un anno iniziato con Justine Henin al vertice della classifica e che ha visto poi avvicendarsi Maria Sharapova, Ana lvanovic, Serena Williams e Jelena Jankovic.

Quest’anno, dopo la maledizione di Angelique Kerber, che non ha più vinto un titolo dal trionfo allo Us Open 2016, si sono alternate Serena Williams, che ha trionfato in Australia prima di entrare in pausa maternità, Karolina Pliskova, numero 1 per un paio di mesi nonostante il secondo turno a Wimbledon e la mancata conferma della finale a New York, Garbine Muguruza, che a Pechino è scesa in campo per onor di firma e piacer d’assegno, e infine Simona Halep, in testa senza Slam all’attivo e già sulle spalle il peso di confronti con Wozniacki o Ivanovic.

Ma il busillis non sta tanto nel principio alla base del ranking, che non può essere buono se porta e mantiene in vetta Serena Williams e cattivo se promuove una delle più continue giocatrici in stagione, sta negli occhi di guarda.

E chi guarda cosa cerca? Si può articolare la domanda individuale di sport, e dunque anche di tennis, secondo tre macro-elementi: l’aspetto sportivo, che ha che fare con le doti fisiche e atletiche, e nel tennis femminile per certi versi anche estetiche, e può essere apprezzato da tutti senza troppe distinzioni; l’aspetto tecnico, che riguarda le belle giocate, i colpi spettacolari, la purezza del gesto e già divide chi a questo si limita e chi dirime da spettatore più attento le giocate futili da quelle realmente utili ai fini del risultato; infine l’aspetto tattico, che viene apprezzato solo dai più esperti, in grado di apprezzare le differenti strategie, la variegatura di stili, i tratti caratteristici e di personalità che ogni giocatore e giocatrice esprime in campo, un po’ come l’appassionato di scacchi interpreta i vari scenari che si susseguono sulla scacchiera.

Insieme, questi tre aspetti moltiplicano i propri effetti sui comportamenti del consumatore. Uno spettatore appassionato riesce a godere dei dettagli sportivi, tecnici e tattici combinati assieme più di quanto riuscirebbe a godere di ciascun singolo lato del gioco. È una fruizione in un certo senso gestaltica, dove il totale percepito è superiore alla somma delle parti.

Ma non basta, se lo spettatore non si trova in una disposizione d’animo, se non è pronto a emozionarsi davanti allo spettacolo. Perché milioni di rose non profumano mica se non sono i tuoi fiori a fiorire, De Gregori docet.

Ed è questo l’ostacolo principale che una stagione senza padroni può comportare. L’emozione di Halep che in campo si commuove poi sorride con gli occhi nell’abbracciare quel grosso 1 ricoperto di fiori, che culla il suo sogno realizzato e si prepara già per nuovi traguardi, per un primo indimenticabile titolo Slam, racconta il finale di una storia d’ambizione, di ostacoli superati, di desiderio inesausto di perfezione. “E’ stato l’anno più bello e più difficile della sua carriera” ha detto nell’intervista per il sito della WTA.

Una storia di redenzione, che parte dalla correzione di un errore, l’addio a Darren Cahill dopo Miami. Il ritorno dell’australiano, che ha portato tre giocatori al vertice della classifica (Hewitt e Agassi prima della rumena), il lavoro con una psicologa e l’aggiunta ultima di Pavel hanno fatto il resto.

Eppure, le storie per farsi amare non bastano. Negli Usa, La finale femminile del Roland Garros fra Halep e Ostapenko, nonostante la prospettiva di vedere la prima giocatrice dopo Kuerten a conquistare in uno Slam il primo titolo WTA, ha raccolto negli Usa 1.1 milioni di spettatori, il 28% in meno di Muguruza-Serena del 2016 e il 46% in meno di Serena-Safarova di due anni fa. La presenza di Venus Williams, poi, non ha fatto elevare gli ascolti della finale di Wimbledon, che ha attirato solo 700 mila spettatori negli Stati Uniti, la metà rispetto al sabato della finale femminile di un anno fa. In Inghilterra, la BBC ha registrato 6.4 milioni di spettatori per la finale maschile dei Championships e 4.7 per il title-match femminile. Ma il match più visto rimane Halep-Konta, con 7.4 milioni di spettatori.

Il tifo, la partigianeria, la componente di orgoglio nazionale contano eccome, e hanno fatto salire in America del 36% gli ascolti della finale femminile dello Us Open rispetto a un anno fa, come prevedibile considerato l’en plein statunitense in semifinale come non succedeva dal 1981.

Piccoli indizi che però fanno una prova. Le cinque diverse numero 1 diventano lo specchio di una stagione in cui gli appassionati già devoti al tennis femminile hanno di sicuro apprezzato l’incertezza sul risultato di ogni singolo torneo, come dimostrano i soli 14 successi di una delle prime due teste di serie in tutta la stagione, di cui solo due registrati in tornei importanti (uno Slam e un Premier 5, l’Australian Open e Doha).

Il livellamento, il maggiore equilibrio competitivo è un fattore che influenza la domanda di tennis soprattutto televisivo. È un elemento positivo per chi già segue lo sport con continuità, ma non basta ad avvicinare chi invece è spettatore più occasionale e in questo contesto fatica a trovare icone forti, personaggi con cui entrare in empatia.

Insomma, la musica è buona, ma il gusto cresce solo o quasi per chi il palato l’ha già ben affinato. 

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