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EDITORIALE

Quando la motivazione è un problema. Roger Federer, a Dubai solo una sconfitta frutto del caso?

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by Luigi Gatto

Perdere con un giocatore dietro più di 100 posizioni in classifica non è mai una bella notizia, farlo con tre match point a favore e essendo stato avanti nel terzo 5-2 15-30, a due punti dalla stretta di mano, rende la sconfitta ancor più dura da digerire.

Per Roger Federer il rientro alle competizioni post-Australian Open non è stato dei migliori: completamente svuotato a livello mentale, debole a livello fisico, incapace di infliggere il colpo del KO e di fare la differenza nei momenti importanti.

È vero, i meriti di Evgeny Donskoy non possono essere trascurati. A volte è bravura (vedi il diritto della vita sul match point contro), a volte è destino.

Ma la partita persa a Dubai è la prova che è impossibile essere al massimo della forma tutti i giorni dell'anno, soprattutto se hai 35 anni e torni da un torneo emozionante ma allo stesso tempo sfiancante da ogni punto di vista.

Ha avuto addirittura un mese per "assimilare" lo storico trionfo Federer, condizionato invece da un crollo fisiologico che dà dei segnali importanti per il futuro, a cominciare dalla necessità evidente di fare una programmazione ridotta, un aspetto su cui Roger ha intelligentemente insistito per tutta la sua vita, ma in maniera particolare negli ultimi mesi.

Se il mese di marzo sarà abbastanza denso di impegni con due Masters 1000 impegnativi come Indian Wells e Miami, la stagione su terra rossa è ancora un'incognita per il tennista svizzero, il quale potrebbe addirittura non giocare nessun torneo prima del Roland Garros, uno Slam nel quale dal 2013 non è mai andato oltre i quarti di finale.

Facendo due rapidi calcoli logici, sembra improbabile vederlo in gara a Monte Carlo, che si gioca appena due settimane dopo la conclusione di Miami. L'ideale sarebbe cominciare la campagna sul rosso a Madrid o Roma. Difficile vederlo in tutti e due i tornei, soprattutto in vista di uno Slam che nel corso degli ultimi anni si è rivelato ostico per Roger, tramortito da avversari in giornata di grazia come Tsonga nel 2013, l'anno successivo Gulbis e Wawrinka nel 2015.

Lo sa anche lui che sarà molto difficile arrivare in fondo a Parigi, e forse al momento non ha nemmeno così tanta convinzione di potercela fare. D'altronde lo ha ammesso lui stesso in un'intervista pre-torneo a Dubai di non sapere quanta voglia abbia di "mettersi sotto" per preparare il secondo Grand Slam stagionale.

È un problema di motivazione? Forse sì, almeno per quanto visto a Dubai, in una parte di stagione dove non c'è nessun Major in programma e il prossimo è su un'altra superficie.

Quanto sarà motivato Roger nei tornei che non siano dei Major, e nei quali non ci sono davvero tutti i top players? È solo un caso l'eliminazione negli Emirati, o specialmente un mese dopo aver raggiunto l'apice, il 18esimo Slam che sembrava l'ultimo inarrivabile traguardo, sconfitte del genere caratterizzate da evidenti cali di tensione accadranno sempre più spesso? Una grande incognita a cui Roger potrà rispondere solo attraverso il campo.

Dovremo aspettarci di tutto, nel bene e nel male, a maggior ragione dopo quanto accaduto a Melbourne. È il bello del tennis, è il bello della grandezza di un campione, capace di smentire tutto e tutti innumerevoli volte nella sua carriera.

Quanta fame di vincere ha ancora? La risposta spetta solo al diretto interessato, che ha più volte dimostrato come giudicarlo sia quasi proibitivo, in ogni senso possibile e immaginabile. @LuisGatTWI per Tennis World Italia .

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