AUSTRALIAN OPEN - Federer non scende dalla nuvola: sono 20!



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AUSTRALIAN OPEN - Federer non scende dalla nuvola: sono 20!

Si gira e non vede più nessuno. Può sedersi sul sellino, lasciare il manubrio e guardare all’insù. Non troverà le stelle a salutarlo, ma il tetto sigillato della Rod Laver Arena e 14mila coppie di occhi sequestrati nel rimirare ancora questo ballerino trentaseienne che si esibisce con sovrumana regolarità negli stadi di tutto il mondo. Nello sport solitario per antonomasia, Roger Federer non è mai stato così solo. Salito lassù un anno fa su quella nuvoletta di onnipotenza pressoché totale, lo svizzero verga il ventesimo titolo dello Slam, piega in cinque set un ottimo Marin Cilic per griffare il sesto sigillo degli Australian Open e stacca Nadal – fermo a 16 – battendo l’unico avversario a cui può ritoccare i record: se stesso.

I numeri provano a fotografare e catalogare qualcosa dalla portata talmente spropositata non poter essere contenuto in un gelido archivio. Provateci voi a immaginare dove eravate o cosa eravate il 3 luglio del 2003 quando l’alieno di Basilea metteva le zampe sul suo primo trofeo Major a Wimbledon. O quando, dopo aver vinto per la prima volta a Melbourne, lo svizzero sedeva sul trono del ranking nel febbraio 2004. Sono passati quasi 15 anni che, per uno sportivo, valgono una vita. Oggi il contatore-Slam continua a correre inesorabilmente come il tassametro di un tassista ingorgato nella metropoli. E, da domani, la prima posizione mondiale disterà soltanto 155 punti.

Con esperienza, talento, classe e fame Federer conduce la partita fino a sfiorare il successo in quattro set, subisce il ritorno di Cilic, perde certezze e quarto set, poi nel quinto non potendo più contare sul tennis si affida ai nervi e ha la meglio fino a farsi trascinare verso la corona.  Si potrebbe disquisire sull’apporto fondamentale del back di rovescio - da sempre fido alleato contro i giganti di due metri – o della resa maestosa del servizio: 24 gli ace, 80% di realizzazione della prima. Ma questi sono dettagli, piccoli pezzi di un puzzle il cui disegno prevedeva il trionfo di Roger.

LA PARTITA. Cilic approccia alla sua terza finale Slam con la timidezza di un cincillà, Federer risponde con l’efferatezza di un black mamba. Il croato è impacciato, insicuro, docile. Roger invece quasi perfido. Lo svizzero aggredisce, guadagna la prima palla break nel game inaugurale della finale e la trasforma intascando anche uno smash (non facile) sotterrato da Cilic. La falsa partenza evidentemente destabilizza le già misere certezze di Marin, che nel terzo game scivola nuovamente. È il punto di non ritorno del primo set, visto che dall’altra parte Federer è impeccabile alla battuta. Roger vola sul 4-0 prima, gestisce poi e chiude infine sul 6-2 in 24 minuti lasciando le briciole – leggasi due punti ceduti al servizio - al suo commensale.  

D’orgoglio Marin prova a organizzare una reazione e, in avvio di secondo set, riesce a inerpicarsi fino al 15-40, ma la risposta offerta da Federer al primo momento di difficoltà è quasi mortificante: ace, dritto vincente e primo “come on!” sparato dall’altra metà della rete. Le palle break offerte da Federer sono un’eccezione, le difficoltà alla battuta di Cilic la regola: il croato attinge al servizio per salvarsi sia nel terzo che nel quinto game e soprattutto nel nono dove è addirittura un ace di seconda a toglierlo dai guai. In uno slancio di generosità improvvisa, Federer dona a Cilic un setpoint sul 4-5 con due doppi falli nello stesso game, ma il ragazzone di Medjugorje non scarta il regalo e sotterra un timidissimo rovescio a metà rete. Il tie-break è la ricompensa per la caparbietà di Cilic e il tie-break premia proprio lui: non basta a Federer calare il tris d’assi né il minibreak arpionato – e immediatamente restituito – sul 2-2. Una sportellata di Cilic sul 5-4 sposta gli equilibri, una buona prima seguita dallo smash sigilla il jeu decisif sul 7-5.

Ora Cilic è in fiducia, ma Federer è perfetto nell’attendere che passi la tempesta e, al contempo, restare agganciato al treno. Il treno che per il croato deraglia nel sesto game in un break subito a 15 nel quale Marin viene inghiottito da quattro errori, quasi tutti sapientemente indotti da Federer. Forte del break di vantaggio, il basilese scappa sul 5-2 grazie anche e soprattutto a un colpo che francamente non può esistere, e timbra poi con solerte puntualità il terzo set sul 6-3 con l’ace numero 19 a fungere da punto esclamativo.

Chiamato a rete in modo quasi subdolo, il croato fallisce e si consegna nel game d’apertura. La finale rischia di collassare quando Cilic offre (con un doppio fallo) la palla del doppio break, ma prima si salva e poi intasca il primo break della sua partita, gentilmente offerto da Federer nel sesto game. Un’altra palla break cancellata per prendere la testa del set e poi un secondo break consecutivo con Federer lasciato a piedi dalla prima di servizio (solo il 36% nel set). Con un piede nella doccia, Cilic si ritrova d’improvviso a servire sul 5-3 per allungare al quinto set la finale. E non fallisce giocando gli ultimi due game del set in versione-Us Open 2014.

Con le unghie e forse anche qualcosa in più Federer cancella due palla break nel game che apre il quinto set, mentre non è all’altezza la risposta di Cilic che gioca un pessimo turno di battuta condito da due doppi falli, manca una palla dell’1-1 e cede la battuta seppellendo il dritto a metà rete. Federer tiene botta, pur arrancando fugge e poi azzanna definitivamente la preda centrando il raddoppio che lo porta sul 5-1, dolce anticamera del 6-1 finale con qualche minuto che supera le tre ore di battaglia.

Mentre il resto della ciurma affolla l'infermeria, Federer resta sulla sua nuvoletta magica dove tutto gli riesce. E, alla fine, ha sempre ragione lui.

AUSTRALIAN OPEN, Finale:

[2] R. Federer b. [6] M. Cilic 6-2 6-7(5) 6-3 3-6-1