AUSTRALIAN OPEN

Australian Open poco azzurro: solo Giorgi e Schiavone in top 100

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Non sempre nuovo è bello. L'Australian Open 2018 sarà infatti il primo senza una testa di serie italiana dal 2002, la prima edizione del torneo con le 32 favorite. Non solo. Con due sole giocatrici in top 100, Giorgi e Schiavone, l'Italia rischia di eguagliare il primato negativo di presenze nel terzo millennio, le due sole azzurre nel main draw dell'edizione 2000, Grande e Garbi peraltro entrambe battute al primo turno.

 

Lontani sia i tempi delle edizioni senza nemmeno un'italiana in tabellone (dal 1970 al 1976, dal 1979 al 1982, dal 1984 al 1988 e nel 1992, ricordava l'esperto Luca Brancher) sia il glorioso 2004 con ben nove italiane nel main draw, record di partecipazioni nello Slam dell'Asia-Pacifico (Camerin, Farina, Garbin, Grande, Pennetta, Santangelo, Schiavone, Adriana e Antonella Serra Zanetti).

 

L'Italia, che ha sempre portato almeno una giocatrice al terzo turno dal 2003 al 2016, si ritrova nel pieno di un ricambio generazionale ancora non del tutto compiuto, con un occhio gettato al futuro e l'altro all'eterno ritorno di Francesca Schiavone, che si è fatta male in allenamento negli Usa a novembre, ha messo male il piede su una pallina rimasta vagante a fondo campo, è rimasta ferma per quasi un mese ma ha annunciato di essersi iscritta al primo Slam della nuova stagione.

 

“È proprio vero che l’età non può farti iniziare o finire un sogno” ha scritto sul suo profilo Facebook l'azzurra con più partecipazioni all'Australian Open. “Ispirata da Roger, Serena e Venus, dalla continua crescita e dal folle che questo sport mi regala, oggi mi iscrivo agli Australian Open e riprendo gli allenamenti. Che il mio corpo e il mio cuore corrano insieme. Buon 2018!”. A cinquant'anni dalla stagione delle grandi rivoluzioni, l'immaginazione torna al potere con Francesca, una delle quattro azzurre capace di spingersi ai quarti di finale a Melbourne.

 

Il ricordo, per quanto distante nel tempo, non è ancora diventato curva nella memoria. Perché quel quarto di finale, che l'ha resa l'italiana con la più alta classifica di sempre, è maturato nel 2011 grazie alla vittoria nel singolare più lungo di ogni epoca in uno slam, dopo 4 ore e 44 minuti contro Svetlana Kuznetsova, dopo 358 punti e sei match point salvati. Prima era arrivata l'impresa di Adriana Serra Zanetti, la Seles di Modena, che nel 2002 esce solo contro Martina Hingis non prima di averle rifilato 21 vincenti, con le lodi di Billie Jean King convinta che Adriana, con quel gonnellino plissé e il maglioncino senza maniche che fa tanto anni ’50, avrebbe potuto spingersi ancora oltre con un po’ più di esperienza ad alto livello. Poi si sarebbero spinte fra le migliori otto Sara Errani nel 2012 e Flavia Pennetta nel 2014.

 

Difficile prevedere quale potrà essere il percorso della numero 1 d'Italia, Camila Giorgi, unica azzurra nel main draw dei tornei di preparazione a Brisbane e Shenzhen, dove difenderà l'unica semifinale del 2017. Il 2017 di Giorgi, che cerca il primo quarto di finale Slam in carriera e il terzo ottavo, il primo da Wimbledon 2013, ha mantenuto i toni accesi e i chiaroscuri che accompagnano tutta la sua storia, fra ambizioni non del tutto realizzate e fuochi improvvisi di passione, di speranza, fra sogni e desideri chiusi in fondo al cuore. L'anno scorso, infatti. Giorgi ha giocato al massimo la semifinale di Shenzhen, nella prima settimana della stagione, ma ha chiuso l'anno come unica italiana con almeno una vittoria contro una top 10, dopo le cinque sconfitte su cinque nelle sfide contro le migliori del 2016. L'exploit contro Pliskova a Praga, l'ottavo in carriera, il primo dal successo su Radwanska a Katowice nel 2015, mantiene aperta una possibilità, la prospettiva di un destino da cui potersi scartare, da poter cambiare.

 

Con la nuova disposizione in vigore dall'anno prossimo poi, non ci si potrà più iscrivere alle qualificazioni di uno Slam e a un torneo WTA nella stessa settimana. L'obiettivo è di evitare lo spettacolo inderoso visto l'anno scorso a Hobart, con Mertens e Vickery impegnate in una gara di velocità a chi avesse chiamato per prima il fisio dopo un solo game per poter partire prima in direzione Melbourne. L'entry list delle qualificazioni si chiuderà con la classifica del 18 dicembre. Se dovesse chiudere oggi, l'ultima a entrare sarebbe la numero 195 del mondo. Ma andare in Australlia l'anno scorso ha premiato Jennifer Elie, numero 239 del mondo, partita da Brooklyn quando era ancora fuori di 25 posizioni, ma entrata comunque nel tabellone di quali: eliminata al secondo turno, ha guadagnato 9375 dollari. Una prospettiva golosa anche per Paolini, Chiesa (rispettivamente numero 172 e 191, dunque virtualmente nel tabellone di qualificazione), Pieri e Brescia (fuori dalle 200), le più giovani delle azzurre in top 250. Certo, a Melbourne la concorrenza si fa più dura. Rispetto ai tornei di qualificazione maschile a 128 giocatori, all'Australian Open, al Roland Garros e a Wimbledon le iscritte ai tornei femminili di quali sono solo 96 (lo Us Open ha equiparato i tabelloni dal 1998).

 

“Jasmine Paolini è una giocatrice che sa giocare a tennis molto bene, ha qualità pazzesche che sono sempre state giustamente decantate. Purtroppo anche lei è protagonista tuttora di alti e bassi, ma anche perché si sta testando costantemente su un livello più alto di quello a cui era abituata fino a poco tempo fa” ha detto a giugno a Sportface Tathiana Garbin, capitano di Fed Cup che segue tutte le over 18 azzurre. “Veniamo da un ciclo di risultati incredibili che hanno fatto la storia del tennis italiano al femminile e non solo. È tutto sommato plausibile che si arrivi ad un momento di cambio generazionale complicato. Le ragazze stanno lavorando sodo, la strada è giusta ma non è breve, bisogna avere un po’ di pazienza”.

 

Roberta Vinci, che ha annunciato il suo addio al tennis, ufficiale dopo il prossimo torneo di Roma, è attualmente numero 117, fuori di 11 posizioni rispetto al cut-off. Dovrà passare dalle qualificazioni come Sara Errani, che si separa da coach Montalbini dopo l'anno più difficile della sua carriera e, TAS permettendo, si prepara al 2018 della rinascita. Che torni con Paolo Lozano? Per ora, di sicuro c'è solo un tempo diviso, come canta Ivano Fossati, un giorno che ci siamo perduti e tutto un programma futuro. Ancora da avverare.