Il 2017 degli italiani: Fognini positivo, bene Lorenzi e Fabbiano


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Il 2017 degli italiani: Fognini positivo, bene Lorenzi e Fabbiano

Sono più di 35 anni che il tennis italiano regala poche gioie ai suoi tifosi, pur con qualche eccezione di tutto rispetto (si pensi alla finale di Coppa Davis del 1996, alla splendida cavalcata di Volandri a Roma nel 2007, o al periodo d’oro di Fognini tra il 2013 e 2014 che lo ha portato al numero 13 delle classifiche mondiali). In questo senso il 2017 non è stato troppo diverso, con nessuno in grado di chiudere tra i top 25 per la 25esima volta dal 1983, ovvero da quando i rilevamenti del ranking ATP sono diventati più continuativi. D’altra parte, abbiamo avuto Fognini che si è reso protagonista di una stagione positiva e in particolare di qualche lampo di tutto rispetto, Seppi che ha brillato solamente a Melbourne, Lorenzi che ha impressionato fino agli Us Open e Fabbiano e Giannessi che hanno raggiunto il loro best ranking. Ma andiamo con ordine.

Fabio Fognini
Il ligure ha chiuso il 2017 con 36 vittorie e 23 sconfitte, la vittoria a Gstaad, la finale a San Pietroburgo e la semifinale a Miami come migliori risultati. Quello appena concluso è stato il quarto degli ultimi cinque anni in cui Fabio è riuscito a concludere la stagione nei top 30 (n.27, +22 rispetto a dodici mesi fa), il primo in cui è riuscito a vincere più di 13 partite sul duro (18) e in cui ha sconfitto due top ten nello stesso torneo (traguardo raggiunto a Miami), senza dimenticare la splendida vittoria di Roma contro Murray.

A macchiare il suo 2017, però, ci ha pensato soprattutto la disavventura di New York, che lo ha portato nuovamente sulle prime pagine delle testate giornalistiche per ragioni non edificanti e che ha dato nuova linfa ai suoi detrattori: “Se un giorno dovessi arrivare al numero uno del mondo, gli italiani non sarebbero comunque contenti e mi chiederebbero di essere il numero zero”, ha raccontato alla Gazzetta dello Sport lo scorso 28 novembre, a testimonianza delle aspettative che ci sono su un giocatore che può comunque essere considerato il miglior italiano dagli anni Ottanta in poi.

Sicuramente alcuni dei suoi problemi sono ascrivibili al servizio – ha terminato il 2017 all’81esimo posto per efficienza al servizio -, con cui in carriera non è mai andato oltre il 69% di punti vinti con la prima e che non lo ha quasi mai aiutato al di fuori della terra battuta. Qualche miglioramento si era intravisto all’inizio del 2016, come dimostrò il match con Muller a Melbourne in cui mise a segno 20 ace, salvo poi non riuscire a continuare sul sentiero intrapreso a causa della lesione agli addominali obliqui patita alla metà di febbraio di quello stesso anno.

Questa carenza tecnica lo ha sempre costretto a spendere moltissime energie psico-fisiche in tutti i momenti delle partite, evidenziando le sue lacune proprio sotto il profilo psicologico, come emerso molto bene per esempio nella sfida di Parigi contro Wawrinka dopo 50 minuti di tennis meraviglioso, ma in qualche modo anche nel quarto set del match di Wimbledon contro Murray. Fognini difficilmente riesce a non perdere mai il servizio nel corso di un parziale, e togliere due volte la battuta all’avversario in maniera continuativa è estremamente complicato, soprattutto se lo stesso è almeno un top 30-40 e se si pensa che il ligure in carriera ha vinto il 55% dei tiebreak che lo hanno visto protagonista. Ciò nonostante, la sua tenuta nervosa è sicuramente migliorata nel corso del 2017, se si fa eccezione per 3-4 episodi che, scandalo newyorchese a parte, sono rimasti piuttosto isolati ed è soprattutto da questo che Fabio dovrà ripartire nel 2018.

Dopo aver smaltito il riacutizzarsi di un problema al ginocchio sinistro che lo costrinse all’operazione al menisco nove anni fa, Fognini ha iniziato la preparazione per la prossima stagione, che inizierà a Sydney e che avrà come obiettivo “rientrare tra i primi 20 del mondo. E rimanerci.”

Paolo Lorenzi
Il 2017 è stato un altro anno d’oro per Paolo Lorenzi, che il 15 maggio ha raggiunto il suo best ranking al numero 33 ATP, concludendo poi al n.43 (nel 2016 chiuse da n.40). Nonostante le sette sconfitte consecutive al primo turno nei tornei successivi allo Us Open, il senese è riuscito a progredire ulteriormente sul piano tecnico, soprattutto al servizio, da cui ottiene sempre più punti – ha chiuso l’anno al 56esimo per efficienza al servizio, dopo che nel 2016 non andò oltre l’81esima posizione – e sicurezza, anche nelle partite contro avversari di ottimo livello. Non a caso, infatti, questa è stata la stagione in cui ha sconfitto più top 50 (6) e in cui si è issato più volte fino alle semifinali di un torneo ATP (Quito, Budapest e Umago, raggiungendo la finale in Ecuador e in Croazia), senza dimenticare gli splendidi ottavi di finale di New York. Non è semplice capire se potrà migliorare ancora in modo significativo – forse nel provare a dare meno rotazione e più penetrazione al dritto, specialmente sul duro -, ma la buona notizia è che Paolo è ancora in ottima salute fisica, e la voglia di combattere e di girare al mondo è almeno la stessa di chi ha dieci anni meno di lui.

Thomas Fabbiano
Si è appena concluso l’anno migliore della carriera di Thomas Fabbiano, che il 18 settembre si è issato fino alla 70esima posizione mondiale, arrivando poi alla fine della corsa al n.73. Un risultato figlio di tanti anni di duro lavoro, portato avanti anche quando quasi nessuno credeva in lui, anche quando tutti gli dicevano che non aveva il fisico, e soprattutto il servizio, per poter competere ad alti livelli. A questi Thomas ha risposto in silenzio, passando anni difficili e iniziando a prendersi qualche rivincita solamente alla soglia dei 27 anni, quando è entrato per la prima volta nei top 100.

Adesso, poco prima di iniziare l’anno dei 29, è un giocatore più maturo, più consapevole (“Ammetto che il mio servizio non è al livello degli altri colpi”), che sta riuscendo a trovare la quadratura del cerchio per estrarre il massimo dalle proprie capacità. Le tre vittorie nel circuito Challenger (a cui bisogna aggiungere due finali perse), il terzo turno raggiunto a Flushing Meadows e la qualificazione conquistata in occasione del Masters 1000 di Montreal sono lì a dimostrarlo. La cosa più importante, però, è che non ha intenzione di accontentarsi, con il sogno di sfondare il muro dei top 50 che appare tutt’altro che irrealistico, specialmente considerando che nei primi due mesi del 2018 dovrà difendere solamente 41 punti.

Andreas Seppi
Non è stato un anno positivo per Andreas Seppi, che dopo gli ottimi ottavi di finale di Melbourne (meravigliosa la vittoria al quinto set con Kyrgios, buonissima la prestazione contro Wawrinka) è calato progressivamente, giocando a fasi alterne anche per via dei problemi all’anca che lo condizionano dal 2015 e che con ogni probabilità lo accompagneranno fino alla fine della carriera.

Dopo tutti i chilometri macinati in 15 anni di professionismo, lo stesso Andreas ha dichiarato di avere poca voglia di competere, come dimostra il fatto che, da febbraio in poi, ha vinto due partite consecutive a livello ATP solamente in tre circostanze, peraltro senza mai andare oltre la semifinale di Antalya. Dopo un 2017 terminato al numero 86 del mondo – tredicesimo anno consecutivo concluso tra i top 100 -, la speranza è che, tra un’infiltrazione all’anca e un’altra, possa regalare ancora qualche sprazzo del suo miglior tennis.

Cecchinato, Travaglia, Giannessi e Bolelli
Buonissima stagione anche per Marco Cecchinato, che è arrivato fino al n.110 del mondo (+77 rispetto alla fine del 2016), con le quattro finali raggiunte nei Challenger – di cui una vinta al Garden di Roma – come fiore all’occhiello di un anno che potrebbe rilanciarlo definitivamente, dopo i vari problemi avuti con la giustizia sportiva e con il match fixing. Se riuscirà a migliorare nei colpi di inizio gioco (quest’anno ha vinto il 40% dei punti con la seconda), nel 2018 potrà compiere un passo importante per la sua maturazione.

Molto bene Stefano Travaglia, in grado di arrivare fino al n.125 in settembre e di terminare l’anno al n.133 (+193 rispetto al 2016), ma soprattutto di performare in maniera eccellente nei palcoscenici più importanti (si pensi alla qualificazione e alla lotta nel primo turno con Rublev sui prati dell’AELTC, ma anche al secondo turno di New York) e di vincere il primo Challenger della sua carriera a Ostrava. Considerando le sue qualità atletiche e mentali, oltre che tecniche, migliorare ulteriormente nel 2018 non dovrebbe essere un grosso problema per lui. Dopo quello che ha passato nel 2011, quando scivolando dalle scale frantumò un vetro e si ruppe i legamenti della mano destra, entrare nei 100 sarebbe il coronamento di una storia splendida.

Luci e ombre invece per Alessandro Giannessi, che a luglio ha raggiunto la sua prima semifinale ATP sulla terra di Umago, toccando così il suo miglior ranking di sempre al numero 84, salvo poi perdere undici delle ultime dodici partite della sua stagione e scivolare al n.155, entrando in un vortice da cui è assai complesso uscire e che ricorda sinistramente quello di cui fu vittima Bolelli tra il 2009 e il 2011. Le sue difficoltà tecniche sui campi rapidi, in particolare sul cemento indoor, sono emerse in tutta loro problematicità, ma rialzare la testa fin dall’inizio del 2018 sarà un imperativo.

Stagione complessa anche per Simone Bolelli, che ha dovuto ricominciare praticamente da zero dopo dieci mesi di stop a causa dell’operazione al ginocchio sinistro effettuata nell’estate del 2016 per rimuovere una calcificazione ossea. Il ritorno è stato complesso, ma non negativo, con i secondi turni di Parigi e Wimbledon, oltre alla semifinale raggiunta al Challenger di Santiago del Cile, che hanno contribuito a fargli chiudere il 2017 al numero 171 del mondo.
Nel 2018, l’anno dei 33 (è nato nell’ottobre del 1985), proverà a rientrare nuovamente tra i top 100: ci è già riuscito due volte, e se è vero che non c’è due senza tre, la prossima potrebbe essere un’annata importante per vivere al meglio l’ultima fase della sua complicata carriera.