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Il Flow esiste davvero?


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Il cosiddetto “Flow” è qualcosa di reale? E se sì, quali sono le sue caratteristiche? Esiste un unico “Flow” o ne esistono tanti? In questo articolo vedremo le sorprendenti opinioni di alcuni dei migliori ricercatori e atleti di vari sport.

L’argomento Flow o "Zona" è stato trattato ampiamente da molti studiosi, tra cui psicologi, esperti di neuroscienze e antropologi. È stato spiegato dal punto di vista genetico, ambientale, motivazionale, in relazione all’ipnosi e persino alla parapsicologia.

Alcuni ricercatori paragonano le caratteristiche psicologiche degli atleti che hanno successo con quelle degli atleti che non riescono ad averlo. Altri chiedono agli atleti di riportare alla memoria le sensazioni e le emozioni che hanno provato nei momenti migliori delle loro performance durante le competizioni.

Ma gli atleti professionisti si dimostrano spesso riluttanti a parlare della Zona. E uno studio di alcuni ricercatori della Cornell and Stanford ha scoperto che gli atleti a volte ritengono di essere stati nella Zona nei momenti in cui hanno provato delle sensazioni molto intense, pur non avendo riportato delle performance atletiche così particolari.

La Zona può essere creata in modo cosciente? Keith Henschen, uno psicologo dell’Università dello Utah crede di sì. Se l’atleta può creare le condizioni adeguate, può creare la Zona. Ma Bob Rotella, uno psicologo che lavora con i giocatori di golf crede questo: “Succede quando succede. La trascendenza personale non può essere creata con la forza di volontà.”

L’atteggiamento rilassato (flow)

Il professore ungherese Mihaly Czikszentmihalyi crede che la Zona non possa essere quantificata dalla ricerca, dai numeri o da degli esempi pratici. La definisce come una situazione di grande rilassamento in cui l’atleta perde quasi la coscienza di sé.

Esiste una corrispondenza perfetta tra quello che l’attività sportiva richiede e le capacità dell’atleta di fornirlo, che è proprio quello che rende una partita interessante. Non esistono degli strumenti scientifici per misurare questa confluenza di eventi chimici, mentali e cinestetici.

La ricercatrice Susan Jackson ha scoperto che raggiungere la Zona è meno una questione di talento ma più una questione di percezione. Quello che pensiamo di poter raggiungere determinerà la nostra esperienza, molto più delle nostre semplici abilità.

La Jackson ritiene che modificare la percezione di quello che siamo in grado di fare richiede un alto livello di autostima e che l’autostima possa aumentare se pensiamo ai nostri successi del passato.

Yuri Hanin, direttore dell’Istituto Finlandese di Ricerca per gli Sport Olimpici, ha un’opinione diversa. Crede che l’ansia e la scarsa sicurezza interiore siano una parte importante della Zona. Ogni atleta ha un livello ideale di “ansia da competizione” al quale può giocare al suo massimo livello. In assenza totale di questo tipo di ansia, il livello della performance cala.

Come dice l’ex giocatore professionista di basket Bill Walton, l’incertezza di quando si deve affrontare un avversario ostico stimola in modo positivo il nostro stato mentale. “Quello che davvero fa crescere l’intensità del gioco è sapere che il tuo avversario ti può battere”.  

La concentrazione

Alcuni atleti descrivono la Zona in termini di aumento di concentrazione. Riescono a restare concentrati nel momento presente, ignorando quello che è successo poco prima o qualsiasi aspettativa per quello che sta per accadere. Questa immersione totale nel presente è quello che il golfista Tony Jacklin ha descritto come un “bozzolo di concentrazione”.

Tom Kite, uno dei migliori golfisti dell’inizio degli anni novanta, dice della Zona: “Quando succede, hai il controllo totale. Niente ti disturba”.

Questo significa una sensazione di potenza, sicurezza e calma che libera l’atleta dalla paura di fallire. L’ex giocatore NBA Byron Scott dice: “L’unica cosa che senti è la vocina dentro di te che ti dice di tirare forte ogni volta che tocchi la palla. Perché sai già che andrà in campo.”

Come ha detto Chris Evert: “Non sbagli più niente. Riesci a capire molto prima dove la palla finirà e sai già anche dove la colpirai prima di colpirla.”

Forse l’aspetto più bizzarro della Zona è che riesce a trasformare il tempo. Nel fervore della partita, il tempo può rallentare, dandoti la percezione di avere tutto il tempo del mondo.

Chriss Evert la ricorda così: “Tutto sembra rallentare, così hai più tempo per aggiustare il tiro.”

Bill Walton dice: “Tutto rallenta tranne te e ti sembra di muoverti a una velocità diversa e a un livello diverso dagli altri.”

Il tempo può addirittura restare sospeso, come ha dichiarato Roger Bannister dopo aver corso il suo primo miglio sotto i quattro minuti: “Il mondo sembrava essersi fermato oppure era sparito. Esisteva solo una grande unità di movimento e intenzione.”

Il coach di golf Gail Smirthwaite crede che un altro elemento importante della Zona, spesso sottovalutato, sia l’autostima. “Una bassa autostima renderà quasi impossibile all’atleta creare la situazione di rilassamento volontario, perché questo atleta non ha dentro di sé la sicurezza di poter raggiungere il successo desiderato.”

Nel suo libro Modified Consciousness, Christine Le Scanff descrive una specie di amnesia che alcuni atleti provano, che rende difficile, se non impossibile, descrivere la performance nella Zona.

Bob Trumpy, un ex giocatore di football americano professionista, porta un buon esempio: “Era come essere in un tunnel e venire improvvisamente accecato da una luce fortissima. Quando uscivo dall’altra parte del tunnel, ero alla fine della partita e i miei compagni di squadra stavano festeggiando. Ma non ricordavo cosa fosse successo.”

Le Scanff nota che questo tipo di distacco può fornire all’atleta una maggiore tolleranza al dolore: “Lo sport permette a un atleta di raggiungere uno stato di alterazione di coscienza grazie alla secrezione delle droghe naturali del suo corpo. Le beta-endorfine hanno un effetto analgesico cinquanta volte maggiore di quello della morfina.”

L’amore

Per finire, Johnny Miller, vincitore di più di venti titoli nel campionato di golf professionista, riduce tutto a una sola parola: amore. “Credo che l’amore sia il segreto, lo credo davvero. Credo che essere nella Zona significhi essere in grande armonia con quello che stai facendo. Volendo farlo, volendo farlo per il giusto motivo, non per soldi, per avidità o per desiderio di potere. Se ami quello che stai facendo e non vedi l’ora di giocare, sarà davvero divertente.”

Dalle descrizioni qui riportate, il termine Zona non ha dei confini ben delimitati. La realtà dei fatti ci mostra che quello che chiamiamo Zona, può comprendere esperienze molto diverse per atleti diversi. Nel prossimo articolo vedremo più nello specifico quello che i giocatori di tennis, i loro coach e gli psicologi che collaborano con loro hanno da dire sulle caratteristiche della Zona e come si può realizzare. Restate sintonizzati.