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EDITORIALE

Che "Schiavo" di Roma Iddio la creò!

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by Redazione

La rivincita di Bogotà, la disfida di Roma. Unisce e divide Francesca Schiavone, e non è certo una novità. Nella sua prima vittoria contro una top 20 dal Roland Garros 2015, nella seconda finale degli ultimi quattro anni, la diciannovesima in carriera, si tesse l'ordito di una storia che non può avere solo vincitori.

A 37 anni, all'ultimo anno di carriera, con la prospettiva dell'ottavo titolo nelle ultime undici finali dopo aver perso le prime otto, Schiavone ancora trascina il tifo italiano. Ma non muove gli organizzatori degli Internazionali BNL d'Italia che hanno deciso di non assegnarle una wild card per il tabellone principale.

“Guardiamo al futuro” ha detto Palmieri, un motto riecheggiato anche nelle parole di Binaghi nella conferenza stampa di presentazione, nell'ottica di lanciare insieme al torneo romano la prima edizione delle Next Gen Finals a Milano.

Ma, come fra gli interisti dopo la stagione del triplete, fra gli appassionati la parola che risuona di più è gratitudine. Gratitudine per quel che ha rappresentato per l'Italia, per il primo titolo tricolore nella storia del tennis femminile, ripagato con 400 mila euro, per quel che ha dato alla Fed Cup che, per quanto importante, non è certo l'unico metro da cui si giudica una giocatrice e il suo contributo al movimento nazionale.

Tuttavia non è il valore della Leonessa, soprannome che per quanto non le piaccia troppo ben racconta il suo tennis e quel che il suo gioco comunica, il parametro che ha portato alla decisione di escluderla dalle wild card.

Come spesso capita in un Paese abituato alle dietrologie, si diffondono interpretazioni collegate alla sua volontà di andare ad allenare i giovani negli Stati Uniti o al rifiuto dalle ragioni mai del tutto chiarite dell'invito per il torneo olimpico.

Il nodo della questione è più lineare. L'intreccio delle wild card per gli Internazionali BNL d'Italia ridisegna, infatti, con altra forma e identica sostanza l'affannosa ricerca di un centro di gravità fra i valori sportivi e le ragioni del business che ragione non conosce.

Il presidente federale Binaghi non è certo il primo, e nemmeno il più radicale, nell'interpretare la congiuntura moderna in senso quanto più favorevole al portafoglio. Perché l'affaire Schiavone, scesa al numero 168 del mondo prima di questa settimana, non si porrebbe senza le due condizioni che più hanno diviso gli appassionati del piccolo mondo antico del tennis.

Due delle tre wild card per il tabellone principale, infatti, sono già assegnate. Una a Maria Sharapova, la più amata di Roma nell'ultimo lustro, battuta sul campo una sola volta al Foro Italico tra il 2011 e il 2015, fino all'ultimo sofferto titolo in rimonta su Carla Suarez Navarro.

Il politichese che impone di considerare il torneo più importante dei singoli campioni, soprattutto in assenza del più grande a non averlo mai vinto, non si spinge fino alle posizioni eticamente puriste sbandierate dalla federazione francese in vista del prossimo Roland Garros.

Sharapova, che ha sbagliato, ha violato la legge, ma non ha intenzionalmente barato a detta della stessa ITF che l'ha condannata, si porta dietro uno stigma di dopata e trasforma ogni decisione in una presa di posizione manichea: o la borsa, o il valore.

In questo mondo in cui tutti hanno un prezzo, la distanza si fa atlantica. Non è detto che Sharapova attiri le folle più di Schiavone, si dirà. Schiava di Roma l'Italia e della “Schiavo”, forse mai così amata come adesso, ora che certi angoli sono diventati curve nella memoria, ora che scalda l'estate del nostro scontento e illumina l'orizzonte del tennis femminile tricolore.

E il conto sta cominciando ad arrivare. Certo, Schiavone ha giocato alcune delle partite più memorabili della storia azzurra recente, come è altrettanto vero che riconoscimento e gratitudine a Roma non le sono mancati di certo.

Dall'intreccio non si può escludere come sia il canale della FIT, che per chi non lo sapesse annovera chi vi scrive fra i suoi telecronisti, a trasmettere il torneo femminile: e la presenza di Masha è garanzia di interesse tanto sugli spalti quanto davanti agli schermi.

Ma non è Sharapova la rivale che toglie un posto a Schiavone. Nell'articolazione dei tre inviti a disposizione del torneo, ne resta solo uno. Una poltrona per due, per Errani o Schiavone, con Camila Giorgi fuori gioco per ragioni extra sportive: assolta nel processo sportivo in quanto incredibilmente non tesserata, dovrà rispondere in sede di arbitrato civile per violazioni delle condizioni del contratto stipulato con la FIT che la vincolava a rispondere alle convocazioni in Fed Cup per dieci anni dal 2015, e in caso di inadempienze a restituire i contributi ricevuti e i premi di prestazione per l'attività nazionale.

Anche preferire Schiavone a Errani, in un momento di scarsa fiducia e scarsi risultati della romagnola, sarebbe apparsa come una decisione ancora più arbitraria, che avrebbe tolto un posto in tabellone alla migliore delle azzurre senza la classifica per entrare direttamente nel main draw.

Il nodo della questione, è evidente, riguarda le prequalificazioni, il circuito che inizia con i tornei open provinciali e regionali e ha convinto 15 mila giocatori e giocatrici a iscriversi, a iniziare un sogno democratico e meritocratico di avvicinamento al Foro Italico.

La prospettiva di un invito per il tabellone principale è l'amore che muove i tennisti e le tenniste di ogni categoria a iscriversi ai tornei che costituiscono la base di quello che è diventato il torneo più partecipato del mondo.

E il giro d'affari che muove i circoli a organizzare le tappe di avvicinamento finirebbe per ridursi. Magari si potrebbe aggiungere una clausola, una deroga con cui l'organizzazione potrebbe, a questo punto per il futuro, riservarsi la possibilità di iscrivere la vincitrice delle prequali solo alle qualificazioni in caso di situazioni eccezionali e documentate.

Il meccanismo delle prequali è indubbiamente un manifesto positivo per una federazione tennistica, che ha il compito per sua stessa natura di promuovere lo sport a tutti i livelli, soprattutto di base (e vanno in questa direzione gli accordi con le scuole, per esempio).

L'esito del percorso riduce la discrezionalità nella scelta delle wild card e lascia l'iniziativa a Schiavone. Con la finale a Bogotà, infatti, l'azzurra sarebbe numero 118 del mondo. Conquistare il titolo la porterebbe a ridosso della posizione numero 104.

Una classifica che, considerata la chiusura dell'entry list degli Internazionali al 24 aprile, potrebbe consentire a Schiavone di entrare nel tabellone delle qualificazioni. E stavolta senza bisogno di inviti. Ci verrà? O farà prevalere l'orgoglio e il puntiglio? Roma l'aspetta.

Articolo a cura di Alessandro Mastroluca .

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