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EDITORIALE

«Terra!»

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by Federico Mariani

Le calze sporche di rosso, la fatica e il sudore, le scivolate esasperate e la palla corta che da vezzo diventa arma. I colori della primavera europea. Manco il tempo di assorbire l’adrenalina figlia di un primo trimestre da allucinazioni, che il calendario Atp cambia orizzonte: il caldo umido d’oltreoceano farà posto alle arene polverose di mattone tritato seguendo un iter ormai cristallizzato ma mai banale, un succedere di luoghi e sensazioni sempre identico e al tempo stesso così differente ogni volta.

Le suggestioni sono le medesime, eppure è così bello ritrovarle un anno dopo e scoprirsi meravigliati come se fosse la prima volta: il tintinnio delle stoviglie del ristorante che affaccia sul centrale elitario di Monte-Carlo, gli spagnoli che preferiscono Barcellona a Madrid, il sole del maggio romano, il cielo grigio di Parigi.

Il circuito che si affaccia sul rosso europeo è permeato da un alone di incertezza, da gerarchie sconquassate e orfano – per la prima volta dopo molte stagioni – di un vero tiranno da battere. Col Federer 3.0 vestito da Superman che ha già fatto sapere di presenziare soltanto agli Open parigini, è aperta la caccia al pericolo pubblico numero uno con alternative tutte intriganti e nessuna dominante sulle altre.

Monte-Carlo, Barcellona, Madrid, Roma e via fino alla città dei Campi Elisi dove tutto diventa più austero e i principi si fanno re. Ma chi sarà il re? Ci si può affidare all’usato sicuro, a chi quella corona l’ha indossata nove volte e morirebbe per firmare la “dècima”, quel Rafa Nadal rinato lo scorso anno al Country Club monegasco ma del quale l’immagine che lo ricorda inginocchiato a terra vicino all’orologio rimane l’ultimo fotogramma di una vittoria da lì mai più arpionata.

Si può puntare sul quello che dovrebbe restare il più forte di tutti, ma che dall’agognato successo proprio a Bois de Boulogne è rimasto stregato, svuotato, sfinito probabilmente da una rincorsa troppo lunga anche per Mister Fantastic.

Si può pronosticare chinando il capo al ranking, a quel numero uno del mondo che in fondo numero uno non si è mai sentito, ma che dalla terra nel 2016 ha trovato la spinta per diventare invincibile nel secondo semestre.

Si può spingere su Wawrinka, la solita roulette russa che può diventare letale e che – nell’ultimo triennio – affronta almeno uno Slam scendendo dalla parte giusta del letto.

Si può, in alternativa, rischiare uno dei cosiddetti outsider: aspettare per l’ennesima volta un acuto di chi – come Nishikori – vive sottovoce, un colpo di coda del rinato Dimitrov, le cannonate poco gentili di Thiem, le geometrie di Goffin o un poco credibile ribaltone della NextGen.

Nella superficie che più di ogni altra sbatte la porta in faccia alle sorprese, è inutile sperare in una sbracciata maleducata di Nico Almagro o nella frustata rabbiosa di Verdasco, o forse no. Noi, questo è certo, brameremo instancabili uno squillo di Fabio Fognini.

Sarà un tour de force maschio e selvaggio, come sempre, e sarà bellissimo, più di sempre. di Federico Mariani .

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