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EDITORIALE

Andy Murray e il successo tardivo: la paternita', Lendl e Delgado le chiavi

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by Luigi Gatto

Il torneo di Parigi Bercy, sancendo il sorpasso di Andy Murray su Novak Djokovic, rientra in una delle settimane più storiche dell'Era Open. A 29 anni e 5 mesi lo scozzese è diventato appena il secondo giocatore più "anziano" di sempre a diventare numero uno per la prima volta, collocandosi nella speciale classifica solamente dietro a John Newcombe, che nel lontano 1974 raggiunse per la prima volta nella sua vita la prima posizione mondiale una settimana dopo aver compiuto 30 anni.

Sono epoche diverse, stili di gioco altrettanto diversi: uno dal classico tennis serve and volley d'attacco, l'altro dal più moderno tennis a tutto campo, seppur con un'attitudine da difensore nato. Eppure ci sono delle analogie.

"Il meglio deve ancora venire", aveva detto il neo numero uno al mondo dopo la vittoria di Wimbledon quest'anno. Tutto si aspettava tranne che tale traguardo, che gli toglie la nomea dell'eterno secondo, grazie alla capacità di approfittare del calo nello stesso anno sia di Federer che di Nadal.

Facile però attribuire i demeriti agli altri, più interessante e corretto analizzare i tanti meriti di Murray. Tre le chiavi del perché abbia espresso un tennis così proficuo a 29 anni, lui che è nel circuito ormai da un decennio, quindi con tanto tennis alle spalle: 1) la paternità. Sembrava che la nascita della piccola e "innocente" Sophia avesse condizionato lo scozzese.

Due brutte eliminazioni ad Indian Wells e Miami avevano fatto presagire una stagione su terra rossa opaca, invece la tranquillità familiare, lui che più volte ha sottolineato come abbia sofferto e non poco la separazione dei genitori da piccolo, lo ha aiutato a riordinare le idee, a non pensare solo al tennis che non è più la priorità.

2) L'altra causa del mese di marzo disastroso poteva essere rappresentata da Jamie Delgado. Assunto ufficialmente dopo l'Australian Open, alzi la mano chi non aveva dubitato sull'utilità di questa scelta, a cominciare dal fatto che avesse poca esperienza nel circuito come coach avendo allenato in vita sua solo Gilles Muller.

E invece avere un amico-connazionale con cui lavorare settimana dopo settimana gli ha dato tranquillità. Lo ha seguito praticamente ovunque Delgado, nonostante il ritorno di Ivan Lendl, un po' nell'ombra in questo finale di stagione visto che non si vede nei tornei dal lontano US Open.

Ma poco importa, Lendl per questa stagione ha già fatto il suo compito: doveva dargli sicurezza e carica positiva quando contava, ossia dopo l'ennesima batosta al Roland Garros contro Novak Djokovic. E ci è riuscito alla perfezione.

Tornando al discorso dell'età, Murray non è di certo il primo ad esprimere il suo miglior tennis nella fase tardiva della sua carriera. È stato Stan Wawrinka a dare inizio al trend: entrambi hanno raggiunto il loro picco intorno ai 29 anni, un'età fino a qualche anno fa considerata ormai come l'ultima fase di carriera.

E invece Wawrinka, che compirà 32 anni il prossimo marzo, sta confermando che col passare degli anni la maggiore consapevolezza nei propri mezzi batte la teoria del numero al contrario di quanto successo negli scorsi decenni: i più giovani ad appendere la racchetta al chiodo oltre a Bjorn Borg (26 anni, autentica eccezione) sono stati Marcelo Rios e Marat Safin (29 anni), Kafelnikov, Jim Courier, Andy Roddick e Stefan Edberg a 30 anni, Pete Sampras, Kuerten e Boris Becker a 32 anni, ma va sottolineato come tutti fossero già in declino da diverso tempo.

Andy Murray, 30 anni il prossimo 15 maggio, sembra avere tutti i presupposti per continuare a guardare tutti dall'alto per diverso tempo. A parte un Novak Djokovic attualmente in crisi d'identità, nessun rivale al momento sembra poter puntare alla prima posizione mondiale.

Ma vedere come i Fab Four mantengano una longevità più duratura rispetto al passato dà ancor più valore a un'epoca unica che ora premia dopo anni la pazienza e la continuità di Andy, il quale di questi tempi tre anni fa era reduce da un'operazione alla schiena che metteva dubbi sul resto della sua carriera.

I fantasmi sono stati scacciati via, e il suo presente è più gratificante che mai. .

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