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EDITORIALE

Grazie Federer

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by Federico Coppini

Ci sono diversi punti di partenza cui aggrapparsi per raccontare una storia. Si può cominciare dal principio, dalla cronaca recente o da un antefatto che in qualche modo anticipa l’evento. Quanto avvenuto sulla Rod Laver Arena nella finale degli Australian Open non è, tuttavia, catalogabile: un qualcosa di magico ha travolto il mondo del tennis, di inedito nonostante si trattasse del capitolo 35 di una rivalità tanto longeva quanto entusiasmante, di unico, di impensabile.

Roger Federer ha spezzato le catene che 23 volte in carriera l’hanno soffocato e ha disegnato una vittoria leggendaria, difficilmente spiegabile nel rifugio della ragione. Di fronte a imprese del genere risulta facile scadere nella banalità, evocare immagini che richiamano all’eterno, cercare un paragone con la storia perché col presente è troppo facile fare i conti.

Nell’ideale mondo fiabesco del circuito Atp i ruoli sono da sempre ben definiti: l’eroe Roger – bello, buono, sinuoso, sostanzialmente perfetto – e l’antagonista Rafa – dannato, sporco, crudele.

La Nike e la suddivisione popolare di stampo pallonaro hanno contribuito ad alimentare questo filone narrativo. Poi però si scopre che Nadal tanto “contadino” non è, anzi, e Federer non è per nulla infallibile né tantomeno un’anima candida.

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